Livorno, nave bloccata col carico da Camp Darby: il Tombolo Dock, la protesta e lo sgombero
Attivisti bloccano il passaggio della nave con un carico militare da Camp Darby. Dopo un’ora lo sgombero con i poliziotti in tenuta antisommossa
LIVORNO. All’alba il ponte mobile di via Mogadiscio a Livorno è una linea sottile tra la città e il porto. Da una parte Livorno che si sveglia, dall’altra la Darsena Toscana e i suoi traffici. In mezzo, poco dopo le cinque di ieri (sabato 18 aprile), una ventina di attivisti fermi sull’asfalto.
Sono riuniti lì per un motivo preciso: evitare che il ponte si sollevi e impedire così che la nave cargo Freberg, battente bandiera panamense, riprenda la sua rotta dopo aver fatto tappa alla base militare americana di Camp Darby. «Trasporta armi e munizioni. Insomma, un carico di morte», spiegano gli attivisti.
La protesta ha preso forma tra le 5,30 e le 6,30, proprio sull’unico accesso operativo alla Darsena Toscana dopo il cedimento del viadotto della Fi-Pi-Li. Prima le tensioni con la polizia, poi lo sgombero: il gruppo di attivisti – Usb, Gruppo autonomo portuale, Ex caserma occupata, Potere al Popolo, Scuola di carta – voleva impedire a tutti costi che il ponte mobile si alzasse. Il tempo di sistemarsi, di guardarsi attorno, e il dispositivo delle forze dell’ordine si è stretto intorno a loro. Ed ecco gli agenti, in tenuta antisommossa, che li hanno sollevati, spostati uno a uno. «Già durante la notte avevamo notato movimenti – racconta Giovanni Ceraolo, dirigente sindacale dell’Usb di Livorno – . Lungo il camminamento dei Navicelli c’erano già dei presidi delle forze di polizia. Abbiamo monitorato la situazione per ore e quando abbiamo capito che era il momento giusto ci siamo spostati sul ponte».
Ma la situazione precipita rapidamente. «Nel giro di una cinquantina di minuti la polizia ci ha intimato di andarcene da lì – racconta Ceraolo – . Ci è stato detto che stavamo bloccando un servizio pubblico. Ma il trasporto e la movimentazione di armi non sono un servizio pubblico». Così gli attivisti si sono seduti sull’asfalto. «È stata una protesta pacifica, abbiamo fatto resistenza passiva – prosegue – ma poi siamo stati portati via di peso». Un video di circa quattro minuti, girato da uno dei manifestanti, documenta quei momenti. In ogni caso quanto accaduto sarà ora segnalato dalla Digos all’autorità giudiziaria.
«È una delle prime volte che interveniamo su un traffico che non passa direttamente dalle banchine del porto – sottolinea il dirigente Usb – . Ma questo non significa che il porto non sia coinvolto. Negli ultimi tempi questi movimenti sono sempre più frequenti, anche con l’utilizzo di Camp Darby. E c’è sempre meno consapevolezza su cosa venga trasportato e verso quali destinazioni».
Secondo quanto si apprende, la nave cargo ha percorso il Canale dei Navicelli intorno alle 11 di venerdì scorso per poi approdare poco dopo al Tombolo Dock, l’unica struttura dell’Italia centro-settentrionale con cui l’esercito statunitense può spostare grandi quantitativi di munizioni trasportate su navi, con l’utilizzo di imbarcazioni a fondo piatto o con chiatte trainate da rimorchiatori.
Ieri mattina la nave ha fatto il percorso inverso e questa volta ad attenderla c’erano gli attivisti che però, dopo lo sgombero, sono stati tenuti a distanza. «È stato creato un cordone per impedirci di risalire sul ponte – prosegue Ceraolo – . Siamo rimasti bloccati lato Darsena Toscana. Poi è stato deciso di aprire il ponte mobile un’ora e mezzo prima che la nave arrivasse, con il traffico fermo per tutto quel tempo». E quando la Freberg è passata, gli attivisti erano lì, ma lontani. «Abbiamo visto alcuni container sul ponte, ma il grosso del carico era in stiva», evidenziano.
La protesta, nelle parole di Ceraolo, è «politica, etica e sindacale». «Chiediamo trasparenza: vogliamo sapere cosa passa dal nostro porto e dove va – sottolinea – . Perché questi traffici hanno conseguenze concrete: se oggi paghiamo la benzina 2,30 euro al litro è anche per le guerre in corso. Poco distante da qui c’è Camp Darby e queste operazioni non necessitano di autorizzazioni specifiche dello Stato italiano. È un tema che riguarda la sovranità e la responsabilità politica».
Intanto la mobilitazione non si ferma. «Stiamo organizzando un’assemblea per lunedì pomeriggio (domani per chi legge, ndr) – conclude Ceraolo – . E ogni volta che avremo notizia di passaggi di questo tipo torneremo ad attivarci. Non sarà un episodio isolato». E resta, come un filo che lega tutto, lo slogan scandito durante la protesta: «Abbassate le armi, alzate i salari».
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