Addio Andrea, morto a 24 anni: «È stato un onore surfare con te»
Rosignano, gli amici lo saluteranno all’alba fra le onde. La commovente lettera: «Aveva la forza di farci ridere e sorridere con una battuta. Ora viaggia alla ricerca della tua onda perfetta»
ROSIGNANO. Per lui l’alba era il momento più bello. Raggiungeva il mare per surfare. O anche solo per ascoltare il suono delle onde. Rapito dal silenzio. In pace. Nella natura. Andrea Orsini aveva appena 24 anni quando è morto. Una malattia se l’è portato via martedì scorso, 14 aprile. E domenica mattina, 19 aprile, gli Amici del Mare della scuola di surf gli diranno addio per l’ultima volta. Non lo faranno in una chiesa. Non lo faranno con una funzione ordinaria. Ma lo faranno in mare. Nella zona di via di Crepatura, davanti al Garagolo.
E lo faranno all’alba, non avrebbero potuto scegliere un altro momento. Entreranno in acqua e disegneranno un cerchio con le tavole da surf, abbracciando l’amico di una vita e ricordando il suo sorriso dolce. Alle 6,15 saranno tutti lì, a parlare di Andrea, circondati dal loro e dal suo mare, quello di Rosignano. E ci sarà anche Andrea Cannavò, gestore della scuola di surf Amici del Mare e istruttore di Andrea Orsini, che ha scritto una lettera al suo allievo che non c’è più. Eccola.
La lettera
«Un’onda, un vulcano, uno tsunami, un sole, un terremoto, un delfino, un cuore. Un raggio di luce in una tempesta, un vento che spazza via il male, una nota imprecisa in una canzone stupenda, una risata urlante in una giornata storta, un pesciolino in una mareggiata gigante, un fiore in un immenso deserto. Andrea Orsini, detto Il busta, era tutto questo e molto altro. Era un amico, un fratello, un figlio acquisito, un atleta, un istruttore, un giovane saggio sprizzante di energia che non mollava mai. Si presentò alla scuola con suo fratello piccolo. Un po’ traballante e con poco equilibrio ma con tanta grinta. E pian piano quella tenacia venne fuori in maniera straripante trasformando quel suo dondolio insicuro in una dote da solido surfista. Perché lui era il vero surfista. Quello di una volta. Quello che non si vanta postando foto anonime ogni giorno sui social, ma che va alla ricerca del posto nuovo da ammirare per tenere le emozioni nel suo cuore.
Più che uno studente modello era un ottimo lavoratore e un ragazzo che amava fare per gli altri, più che per se stesso. Amava aiutare le persone meno abili insieme alla sua ragazza a Livorno e alla nostra scuola. Aveva un’energia infinita che lo distingueva dagli altri. Lasciarlo fermo su una sedia era una penitenza per lui che doveva correre, muoversi, parlare e, soprattutto, surfare. Amava tutto ciò che era acqua e surf: mare e montagna, skate e longboard, snowboard e bodyboard, surf e pesca, gare e funghi. Tutto, purché le giornate fossero di 48 ore perché 24 a lui non bastavano per vivere in movimento. Amava informarsi su tutto, poi. Bastava un argomento per smuovergli la curiosità e subito andava a informarsi dettagliatamente su tutto per poi decantarci e rassicurarci con le notizie apprese.
L’alba per lui era il momento più bello. Viverla per iniziare la giornata di surf o di pesca con i suoi amici era essenziale. Come essenziale era chi gli stava accanto: Elisa la sua metà, la sua forza il suo bastone, il suo amore, un saldo muro dove appoggiarsi.
Un giorno mi disse che lui ed Elisa sarebbero partiti per l’Australia. Per andare a vivere laggiù dove li aspettavano due nostri vecchi istruttori della scuola, di cui la sorella di Elisa. Passavano giorni a mandarmi foto per farmi vedere come era un vero surfista che viveva di campeggio con un costume e piedi scalzi tra lavoro e la ricerca di onde.
Poi la più brutta notizia del mondo per un ragazzo di 20 anni. “Ho un tumore – mi disse – e devo tornare in Italia per capire che tumore è”. Lì in tanti sarebbero vacillati e crollati insieme ai sogni di vita spezzati. Ma nonostante il dolore che crea questa situazione, lui ha deciso di vivere con forza ogni giorno: per sé e per gli altri. E così ha fatto, cercando di non far sapere quanto male stava.
In questi tre anni di dolori e cure intensive il nostro Andrea però si è preso delle notevoli soddisfazioni. Dopo aver fatto i mondiali junior con la nazionale di surf categoria bodyboard in Portogallo a 16 anni, si è dato a tutte le discipline dal surf al long allo skate, surf skate e snowboard. Un giorno a Camaiore, in una giornata con mare gigante, i giudici gli dissero di buttarsi dalla spiaggia invece che dal molo come i suoi avversari. Dopo 20 minuti di duck si è però reso conto che non sarebbe mai arrivato sul picco da lì. Così è uscito a corsa e si è tuffato dal molo. Con solo 10 minuti di batteria è riuscito a battere tutti e arrivare in semifinale. E poi alla gara al Garagolo, contro ogni pronostico con un mare sempre più forte, è arrivato ai quarti di finale col surf e in finale col bodyboard facendo più batterie di tutti in mare e regalandosi l’abbraccio dei suoi amici, increduli dell’impresa ottenuta.
E poi aveva la forza di farci ridere e sorridere con una battuta. Anche nei suoi momenti più bui. Come se volesse che non soffrissimo come lui e per lui. L’amore che aveva verso i suoi nipotini e verso tutti i bambini, che fossero suoi allievi o figli di amici, era grande. E domenica 19 aprile lo ricorderemo tutti in mare con un enorme paddle out all’alba al Garagolo, con un cerchio della vita affinché Andrea rimanga per sempre dentro i nostri cuori. Grazie Andrea per averci dato il privilegio di vivere insieme a te quest’avventura. Viaggia alla ricerca della tua onda perfetta nell’immenso universo che ti circonda».
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