Il Tirreno

Livorno

Lutto

Livorno, addio a 105 anni a nonna Vivi: «Una grande festa per ricordarla»

di Martina Trivigno
Livorno, addio a 105 anni a nonna Vivi: «Una grande festa per ricordarla»

Non ci sarà alcun funerale, ma le sue ceneri saranno disperse vicino a un albero. E a luglio una commemorazione in terrazza con musica, tante foto e sorrisi. Lascia due figlie

4 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. C’è chi attraversa la vita e chi la abita fino in fondo. Dina Meriggi apparteneva alla seconda categoria. Per tutti lei era “Vivi”, un nome che non era soltanto un vezzo affettuoso, ma una dichiarazione di intenti, uno stile, quasi un programma: vivere, sempre e comunque, con curiosità, energia e determinazione.

A ottobre Vivi avrebbe compiuto 106 anni: non li ha raggiunti, ma li ha sfiorati con la naturalezza di chi non ha mai smesso, nemmeno per un istante, di essere accanto agli altri. «Non ci sarà alcun funerale, perché non lo avrebbe voluto», racconta chi le ha voluto bene. Al suo posto, una scelta che la racconta meglio di qualsiasi parola: le sue ceneri, questa primavera, saranno disperse vicino a un albero.

Un ritorno alla terra che è anche continuità, trasformazione, vita che si rinnova. Perché questa era l’essenza di Vivi: amava il verde, le piante, i gesti semplici e profondi. E così anche il suo congedo resta fedele a quella inclinazione naturale alla bellezza senza artifici. A luglio, invece, ci sarà una festa. Non una commemorazione triste, ma un incontro gioioso, proprio come lei avrebbe desiderato. Sulla terrazza della sua casa di Livorno, affacciata sul mare, tra musica, immagini e racconti, chi le ha voluto bene potrà ritrovarla nei ricordi condivisi. Sarà un invito alla gioia, non alla malinconia.

Chi l’ha conosciuta parla di una donna sempre al passo coi tempi: curiosa, attenta, partecipe. Anche negli ultimi giorni seguiva il dibattito pubblico, si informava, discuteva, dispensava consigli con quella lucidità che il tempo non era riuscito a scalfire.

Il corpo, è vero, si era fatto più fragile, ma la mente restava vivace, pronta, acuta. Usciva poco da casa ma in compenso si teneva giornalmente in contatto con i familiari, ricordando a memoria tutti i numeri telefonici che le interessavano e, da vera giramondo quale era stata, continuava a divertirsi esplorando grazie a internet. Amava viaggiare, e ha viaggiato molto: ha visitato gran parte dell’Europa, ampi tratti del Nord America. Ma sopra ogni cosa amava la sua famiglia, il centro autentico della sua esistenza. Le figlie, Patrizia Savigni, affermata architetto d’interni, ed Elisabetta, interprete da oltre trent’anni alla Casa Bianca, sono state il suo orgoglio e il suo orizzonte quotidiano. Per loro viveva, e in loro continua a vivere. Ci sono poi i nipoti Leonardo, Micol e Tessa, e i sei bisnipoti — Tancredi, Vanina, Petra, Oona, Aelia e Tazio — eredi di una storia familiare che ha nel suo esempio una radice solida e luminosa.

Sportiva appassionata, seguiva con entusiasmo il basket e la scherma. E lo sport, in fondo, era di casa: suo marito, Giuseppe Savigni (1902-1995), maestro di canottaggio e amministratore delle Ferrovie dello Stato, fu protagonista di imprese memorabili, come la traversata Livorno-Palermo in quattro nel 1929. Con lui aveva condiviso una vita lunga e piena, fatta di movimento, disciplina, slancio.

E poi c’era la sua indipendenza, coltivata fino a tarda età: la patente tenuta fino a una quindicina di anni fa, il suo Maggiolino che affrontava con decisione le salite di Montenero, simbolo di un carattere che non accettava facilmente di rallentare. E le storie, quelle che sembrano uscite da un romanzo e invece sono semplicemente accadute: come quella sera a Washington, quando, chiamata a sostituire la figlia Elisabetta a una cena ufficiale, si ritrovò seduta accanto a Nelson Mandela, allora presidente del Sudafrica. Un incontro che raccontava, con discrezione, come se fosse una cosa tra le tante, ma che restava inciso nella memoria di chi ascoltava.

La sua è stata una vita intensa, attraversata da epoche diverse, cambiamenti profondi, distanze geografiche e affettive sempre colmate da una presenza vigile, affettuosa, concreta. Una vita senza retorica, ma piena di sostanza.

Chi desidera ricordarla può farlo anche attraverso un gesto che guarda lontano: niente fiori, ma una donazione alla Fondazione Orthopaedics, realtà di medici volontari impegnati soprattutto in Africa e nei paesi in via di sviluppo.

Un modo per trasformare il ricordo in aiuto, la memoria in azione. “Vivi”, appunto. Non un soprannome, ma un invito. E forse, oggi più che mai, un’eredità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Primo piano
L'intervista

Scandalo Keu, la verità dell'ex sindaca Deidda: «Cinque anni nel tritacarne, dopo il proscioglimento ho pianto»

di Cristiano Marcacci
Speciale Scuola 2030