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Perché Trump ha attaccato il Venezuela e catturato il presidente Maduro? I veri motivi in 6 punti

di Redazione web

	Trump e Maduro
Trump e Maduro

Dalla crisi del narcotraffico alle tensioni energetiche, passando per la competizione con Cina e il ritorno della Dottrina Monroe: tutti i fattori che hanno spinto Washington verso l’azione militare

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Perché Trump ha deciso di entrare in azione a Caracas e di catturare il presidente venezuelano Maduro? Andiamo con ordine. E cerchiamo di capirci qualcosa. Perché gli elementi da analizzare sono parecchi. E anche i retroscena. E allora vediamo cosa può nascondersi dietro il blitz degli Usa. Punto per punto. 

La situazione

Nel quadro di uno scenario di massima tensione tra Stati Uniti e Venezuela, le prime ore della notte di sabato 3 gennaio segnano il passaggio dalla minaccia all’azione militare: gli Stati Uniti sferrano un attacco combinato dal cielo contro il territorio venezuelano, dopo settimane di avvertimenti e di escalation verbale. Poche ore dopo, attorno alle 10.30 italiane, il presidente americano Donald Trump annuncia sui social la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie. La vicepresidente Delcy Rodríguez, in una comunicazione televisiva, afferma tuttavia che il luogo in cui si troverebbe Maduro è sconosciuto e chiede a Washington una prova che sia vivo. La narrazione del blitz militare, che inizialmente appare come il preludio a una guerra su vasta scala in America Latina, assume così i contorni di un vero e proprio golpe dall’esterno: gli Stati Uniti tornano a imporre la logica della forza in quello che storicamente considerano il proprio “patio trasero”, il cortile di casa.

Equilibri regionali e reazioni: dalla cautela al rifiuto

La prima incognita aperta da questo scenario riguarda le possibili traiettorie successive: una transizione negoziata con nuove elezioni, oppure una risposta militare del cosiddetto esercito bolivariano, che fino ad oggi si è dimostrato fedele al regime. In tutta l’area latinoamericana prevale la cautela: molti governi misurano le parole per non schierarsi apertamente né con Washington né con Caracas. Fanno eccezione alcuni attori chiave. Cuba, storico alleato del Venezuela chavista, reagisce con durezza definendo l’operazione come “terrorismo di Stato” e temendo di diventare il prossimo bersaglio di una strategia statunitense orientata a rovesciare i governi non allineati. Il presidente colombiano Gustavo Petro, subito dopo i bombardamenti, lancia un appello pubblico alla de-escalation, chiedendo una riduzione del conflitto. Sul versante europeo, il ministero degli Esteri spagnolo invita alla moderazione, al rispetto del diritto internazionale e dei principi della Carta delle Nazioni Unite, proponendo il proprio ruolo di possibile mediatore per una soluzione pacifica. Nettamente più critiche le forze alla sinistra del governo: Sumar e l’ex alleato Podemos condannano apertamente l’operazione e il rovesciamento forzato del potere a Caracas. Anche l’Unione europea, in questo quadro, richiama il rispetto del diritto internazionale, mentre l’opposizione venezuelana – rappresentata da María Corina Machado – rivendica il “rispetto della promessa” da parte degli Stati Uniti e indica Edmundo González Urrutia come nuovo presidente legittimo del Paese.

Narcotraffico, bombardamenti mirati e potere esecutivo senza parlamento

L’aggressione al Paese caraibico arriva dopo mesi di crescente tensione in mare: nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico una serie di attacchi contro imbarcazioni accusate di trasportare droga verso gli Stati Uniti ha scandito la fase preparatoria. A partire dal 2 settembre si registra una sequenza di bombardamenti contro presunte “narco-lance”: oltre 33 attacchi, che avrebbero provocato almeno 110 morti, tutti qualificati come interventi mirati contro il narcotraffico, ma avvenuti in un quadro extra-giudiziario e senza il passaggio formale dal Congresso americano. Parallelamente, Washington concentra nell’area un dispositivo militare rilevante, con la portaerei Gerald Ford come simbolo più visibile dell’escalation. La presenza di questo assetto navale fa pensare fin dall’inizio a un possibile attacco sul territorio venezuelano, che si concretizza poi con raid sugli Stati di Miranda, Aragua, La Guaira e sulla capitale Caracas di sabato 3 gennaio. Vengono colpiti obiettivi militari vicini al palazzo presidenziale e alle principali infrastrutture dell’informazione, utilizzando aerei ed elicotteri: un disegno operativo che unisce obiettivi strategici, simbolici e di controllo comunicativo.

La dialettica interna a Washington: la linea Rubio contro la linea Vance

In questa dinamica si impone la linea del segretario di Stato Marco Rubio, fautore di una strategia muscolare, contrapposta a quella più dialogante del vicepresidente Vance. La biografia politica di Rubio – figlio della diaspora cubana, con una base sociale e politica radicata a Miami – è centrale per comprendere gli orientamenti della politica estera americana verso i regimi bolivariani. Rubio è vicino a María Corina Machado, figura di punta dell’opposizione venezuelana, premiata con il Nobel per la Pace e presentata come esponente di un fronte di estrema destra internazionale allineato alla Casa Bianca. Nell’arco dei due mandati di Trump, l’approccio verso Maduro ha oscillato: nel primo, il tentativo è stato quello di rimuoverlo dal potere con pressione massima; nel secondo, si è aperta una fase di dialogo, prima che il presidente americano tornasse ad accusarlo di guidare il narcotraffico e di alimentare la rotta della droga verso gli Stati Uniti. Questo rovesciamento di linea – dalla negoziazione al confronto militare – va letto sia in chiave politica interna, sia come scelta strategica sul piano internazionale: un messaggio al proprio elettorato e agli alleati, ma anche un modo per riaffermare la capacità di proiezione di potenza americana nel proprio emisfero.

Il nodo strutturale: petrolio, Cina e ritorno della Dottrina Monroe

Alla base dell’intervento, in questo scenario, non c’è soltanto la retorica contro il narcotraffico o l’accusa di violazioni democratiche, ma un intreccio più profondo tra risorse energetiche e competizione globale. Il Venezuela detiene le maggiori riserve petrolifere al mondo, con una qualità di greggio pregiata. Una quota rilevante di questo petrolio viene esportata verso la Cina, divenuta negli ultimi anni il principale competitor degli Stati Uniti in termini di influenza economica e politica in America Latina. La cattura di navi petroliere, intercettate dagli americani nei giorni precedenti, è un tassello di questa contesa: ridurre l’accesso di Pechino a fonti energetiche strategiche e, contemporaneamente, riaffermare il controllo Usa sui flussi commerciali dell’area. Sullo sfondo, riaffiora una logica antica: la Dottrina Monroe, formulata nel 1823, secondo cui l’intero continente americano rientra nella sfera di interessi degli Stati Uniti. La nuova strategia di Sicurezza Nazionale rielabora quella dottrina come cornice per giustificare ingerenze più o meno dirette nei paesi dell’emisfero occidentale. Quando non è possibile indirizzare gli esiti elettorali verso governi “amici”, la dottrina ammette – esplicitamente o implicitamente – anche l’uso della forza, come già accaduto in passato, ad esempio con l’intervento a Panamá nel 1989.

Un cortile di casa in ebollizione: il ciclo elettorale latinoamericano

Questo ritorno alla logica del “cortile di casa” avviene in un momento in cui l’America Latina è attraversata da un ciclo elettorale cruciale. Nei prossimi mesi, Colombia, Brasile e Perù – tra gli altri – saranno chiamati alle urne. In tale contesto, un’operazione militare e di regime change in Venezuela invia un segnale a più livelli:

  • ai governi in carica, che vedono riaffiorare il rischio di destabilizzazioni esterne se deviano troppo dagli interessi statunitensi;
  • alle opposizioni, che possono essere tentate di considerare l’appoggio americano come volano di legittimazione politica;
  • agli attori extra-regionali, in primis Cina e Russia, per i quali l’America Latina è diventata una frontiera alternativa di espansione economica e diplomatica.

La domanda di fondo, in uno scenario del genere, riguarda la tenuta delle architetture multilaterali regionali – dall’Organizzazione degli Stati Americani ad altri organismi di cooperazione – e la capacità del diritto internazionale di reggere all’urto di una prassi in cui la sovranità nazionale viene relativizzata di fronte agli interessi delle grandi potenze.

Tra “ordine liberale” e uso selettivo della forza

L’insieme degli elementi presenti in questo quadro – blitz militare, cattura del leader, ruolo dell’opposizione, contrapposizione interna negli Usa, nodo energetico, competizione con la Cina e riattivazione della Dottrina Monroe – compone un mosaico in cui il cosiddetto “ordine liberale internazionale” mostra, ancora una volta, il suo uso selettivo delle regole. La giustificazione dell’intervento in nome della lotta al narcotraffico, della democrazia o dei diritti umani coesiste con pratiche di forza unilaterale, bombardamenti extra-giudiziari, e interventi senza mandato parlamentare o multilaterale. Per l’America Latina, il rischio è tornare a essere teatro di sperimentazione geopolitica più che soggetto autonomo di politica internazionale. In prospettiva, la vera variabile resta la risposta delle società e delle istituzioni regionali: se accetteranno di nuovo il ruolo di “patio trasero” o se tenteranno di costruire – in modo più coeso – un’alternativa capace di limitare la dipendenza dalle grandi potenze, qualunque esse siano.

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