Il Tirreno

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Il racconto

Capalbio, il sacerdote “social” che racconta il suo tumore: «Dopo l’intervento vedrò il medico o San Pietro»

di Ivana Agostini

	Don Marcello Serio, 62 anni, è parroco di Capalbio da decenni
Don Marcello Serio, 62 anni, è parroco di Capalbio da decenni

Don Marcello Serio ha deciso di condividere la malattia con la comunità: «Quanta ipocrisia c’è nel mondo? Io sono senza filtri e non mi nascondo»

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CAPALBIO. Schietto, con un carattere forte, duro all’occorrenza ma sempre a disposizione dei fedeli. Lui è don Marcello Serio, 62 anni, parroco di Capalbio da decenni. Un prete che, attraverso i social, non solo dice quello che pensa ma condivide parte della sua vita. È di poche settimane fa l’annuncio della scoperta di un tumore. Lo ha voluto far sapere ai suoi parrocchiani. Senza filtri. Lo aveva fatto anche alcuni anni prima quando era stato colpito da un infarto e ogni volta che il suo cuore ha fatto i capricci.

Come mai ha voluto scrivere sui social una storia così personale?

«Quando il medico mi ha detto del tumore, la prima cosa che ho pensato è stata “adesso appena arrivo a casa lo scrivo su Facebook”. Non sono il tipo di persona che nasconde nulla, sono sincero. Viviamo in un mondo pieno di ipocrisia: inutile nascondere i motivi delle assenze, eventuali malesseri e via di seguito. Tanto vale essere sinceri e dire le cose come stanno. Ho evitato i particolari e non ho detto che tipo di tumore ho, lo dico adesso: ho un tumore al colon sigma».

Cosa ha provato quando le hanno dato la notizia?

«Sono andato a fare gli accertamenti e dopo una colonscopia il medico mi ha detto del tumore. Il primo commento è stato “meglio a me che sono prete che a un padre di famiglia”. Il medico è rimasto stupito dalla mia reazione. Ma devo essere sincero, anche dopo non ho avuto paure o altri pensieri. Forse un giorno solo sono stato un po’ pensieroso ma poi mi sono detto che questo è quello che devo affrontare e lo affronterò: mi piegherò ma non mi spezzerò. Ho conosciuto la debolezza del corpo, questo sì. Il limite si fa sentire e chiede umiltà, chiede di rallentare e di affidarsi. Ma non ho conosciuto la paura: la paura non mi appartiene e non ha mai fatto parte della mia vita. Il carattere forte che mi contraddistingue, con cui ho sempre affrontato ogni situazione con determinazione, mi ha permesso di resistere a ogni forma di sofferenza senza che essa scalfisse la mia personalità, il mio modo di essere sacerdote e di stare tra le persone. Anche di fronte alla malattia, prima cardiaca e ora oncologica, continuo ad affrontare tutto con lucidità, fermezza e senso di responsabilità».

Come hanno reagito i suoi conoscenti e amici e i suoi parrocchiani quando hanno letto la notizia?

«È stata la gente, la comunità semplice e reale, a sostenermi nella fede e nella sofferenza. Sapere di essere accompagnato dalla loro preghiera è un dono grande. Anche quando non avevo la forza di rispondere o di essere presente come avrei voluto, con i malesseri del cuore, sentivo chiaramente di essere sostenuto e custodito. La croce è pesante per tutti, anche se a volte non lo si mostra o non lo si fa vedere. Porto ciascuno di loro nel mio cuore con gratitudine sincera. Spero di poter tornare presto tra loro, di ristabilirmi in salute per continuare il mio ministero sacerdotale ancora per qualche anno, con lo stesso impegno e la stessa dedizione. Mi affido tuttavia alle mani del Signore, con fiducia e senza clamori, certo che in ogni prova Dio dona la forza necessaria per non fermarsi e per guardare avanti, anche nella debolezza, con pace e speranza».

Cosa hanno detto i medici? Cosa dovrà fare nell’immediato?

«Ho già fatto una tac il 24 dicembre. Non ci sono metastasi ma il tumore deve essere tolto. Il problema vero è il cuore. A giorni dovrò incontrare i medici perché per togliere il tumore sarà necessario un intervento di 5 ore e il cuore potrebbe essere un problema. Ho detto al medico: “se risvegliandomi vedrò lei vorrà dire che sono vivo, se vedrò San Pietro sarò morto e al limite avrò fatto vedere come muore un prete”».

Lei a volte non ha un carattere facile eppure sono moltissime le testimonianze di affetto che riceve.

«Io dico quello che penso. Non le mando a dire, che piaccia o meno. Però la mia porta è sempre aperta e non credo che nessuno possa dire il contrario. Le persone hanno bisogno di qualcuno che dica loro le cose come stanno. A me non importa cosa pensano gli altri. Sono sincero e questo alla lunga è stato apprezzato da chi ha imparato a conoscermi».

Lei era anche temuto al catechismo per la sua rigidità.

«È vero ma era solo un modo per dare a questi bambini dei punti fermi. Per ottenere sempre il meglio. I ragazzi hanno bisogno di punti fermi. Con il tempo lo hanno capito e mi vogliono bene. Quando li incontro mi abbracciano. I più grandi mi portano a correggere i compiti di italiano, le versioni. Mi vogliono bene. Ai giovani servono certezze e regole e io alla fine sono un tenerone».

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