Femminicidio in A1, il padre di Lorena Isceri: «Lui la picchiava, era violento»
Il racconto: «Durante un litigio era arrivato a minacciarla con un coltello». Una vicina di casa l’ha visto alcuni giorni prima dell’omicidio: «Preparava l’agguato»
FIRENZE. «La picchiava». Franco Isceri lo dice adesso, dopo giorni in cui il passato di Lorena è stato scavato da amici, parenti, investigatori. «Le aveva alzato le mani diverse volte» e durante i litigi «era arrivato anche a minacciarla con un coltello». Lui, il padre, le ripeteva di denunciare Federico Vella. Lorena non lo fece. «Era troppo buona, non voleva fargli del male, l’ha pagata con la vita la sua bontà». Non andò neppure in ospedale, aggiunge Franco, «anche in situazioni gravi». Poi lascia una frase sospesa: «Sono successe cose brutte dentro casa che per ora preferisco non raccontare».
Il racconto del padre
Finora né la Squadra mobile guidata da Domenico Balsamo né la procura diretta da Rosa Volpe avevano trovato traccia di violenze precedenti. Nessuna denuncia, nessuna segnalazione. Vella si era fatto ossessivo, persecutorio con Lorena, ma non violento, era la versione accertata. Ora il racconto del padre – fatto ieri al Messaggero – sposta indietro la linea della paura. La relazione si spezza ad agosto al ritorno da un viaggio in Grecia. Lorena scopre sul telefono di Vella le chat con altre donne, lo lascia. Da quel momento, secondo familiari e amici, il 36enne diventa insistente, persecutorio, aggressivo. Messaggi, telefonate, tentativi di riavvicinamento. Lei prova perfino ad accompagnarlo a una seduta con un analista. Non basta.
L’autopsia
«Lorena lo aveva scoperto dopo un anno di relazione: prendeva dei farmaci per bipolarismo e schizofrenia. La famiglia di lui ne era a conoscenza». È il racconto del padre. Al momento la procura non ha riscontri né una diagnosi acquisita agli atti. Oggi, 7 settembre, alle 12, il pm Antonio Natale conferirà l’incarico per gli accertamenti tecnici irripetibili sui due corpi alle dottoresse Elisa Ferri e Beatrice Defraia. Sul corpo di Vella saranno eseguiti anche esami tossicologici, per verificare se abbia assunto sostanze o psicofarmaci. L’autopsia su Lorena dovrà chiarire le lesioni e stabilire se fosse ancora viva quando è stata gettata dal viadotto Lora, ma è una formalità. Lo era quasi sicuramente. La centrale del 112 e poi la sala operativa della questura l’hanno ascoltata al telefono e registrata mentre implorava aiuto per tutto il viaggio dal garage al viadotto, fino a quando Vella apre il portellone del bagagliaio e la trascina fuori.
Le ricostruzioni
Intanto la tesi della premeditazione si riempie di oggetti e movimenti. La mattina del delitto, intorno alle 11, Vella sarebbe entrato in un supermercato nella zona di Novoli per comprare fascette, nastro adesivo e forbici. Nella sua auto, lasciata a Rifredi, la Mobile ha trovato anche un martello e un telo. Il nastro viene poi usato sulle fotocellule del cancello del parcheggio sotterraneo di via Panciatichi per impedirne la chiusura.
Lui entra, si nasconde, aspetta Lorena. Quando l’Audi Q3 rientra la aggredisce, la immobilizza e la carica nel bagagliaio. Adesso c’è anche una donna che sostiene di averlo visto lì prima. Una vicina di Lorena ha raccontato a Sky di aver notato Vella alcuni giorni prima del femminicidio vicino alla sbarra che regola l’accesso al parcheggio esterno, quello da cui poi si scende ai garage. La sua testimonianza potrebbe finire agli atti. Se sarà acquisita e riscontrata, quella presenza assumerà il peso di un possibile sopralluogo, da affiancare agli acquisti della mattina e allo scotch sulle fotocellule. La vicina ha parlato di un uomo dallo sguardo strano, «spaventoso», che si aggirava in quella zona come se stesse osservando gli accessi.
La paura in casa Isceri era arrivata prima. In estate Lorena torna in Salento. «Eravamo tutti un po’ allarmati per questo fidanzato. Quando doveva ripartire l’abbiamo pregata di non farlo», racconta Franco. La notte precedente al femminicidio resta al telefono con la figlia fino all’una e le dice ancora di denunciarlo. Lei pensa di poterne uscire da sola. Antonia, la madre, era diventata una mediatrice forzata: quando Federico e Lorena litigavano, lui la chiamava perché intervenisse e provasse a ricucire. Poi, dice il padre, aveva cominciato a essere aggressivo anche con lei.
Il giovedì
Giovedì la chiama quattro o cinque volte, intorno alle 14, lui l’ha appena rinchiusa nel bagagliaio. Antonia non gli risponde, gli manda un messaggio: «Fede, ormai io non posso intervenire su mia figlia, ha 45 anni, deve decidere lei. Per cortesia non chiamare». Lui replica: «Sei perfida». Poco dopo Lorena è nel bagagliaio. Riesce a raggiungere il telefono rimasto nella borsa e chiama il 112.
La comunicazione dura una ventina di minuti, il segnale va e viene, gli operatori ascoltano. Quando il portellone si apre una prima volta lei, disperata, prova a salvarsi raccontando ciò che vuole sentirsi dire da giorni: «Fede, cosa stai facendo? Ti amo, calmati, possiamo ricominciare». Parole impresse nella registrazione della telefonata alla centrale operativa. Vella richiude e riparte verso la Panoramica.
La registrazione
Ma ora la procura ha acquisito un’altra registrazione. Una telecamera di Autostrade inquadra da lontano il viadotto dell’A1 e l’Audi ferma sulla corsia d’emergenza. Le immagini riprendono ciò che accade prima dell’arrivo della Stradale: Vella trascina fuori Lorena, la porta verso la barriera e la getta ancora viva nel vuoto. Federico scavalca il guardrail e aspetta, sa che lo stanno cercando. Arriverà poi la Polstrada e comincerà una lunga trattativa per convincerlo a non buttarsi. Ma prima del suo salto, lui posta il suo addio e scrive l’ultimo messaggio ad Antonia. Sul telefono della madre di Lorena arrivano quattro parole. «Tua figlia è morta».
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