Carceri in Toscana, due detenuti morti a Sollicciano e alla Dogaia. Il garante denuncia: “Questa è una mattanza”
A Firenze è morto un 75enne malato dopo dieci giorni di detenzione, a Prato un 26enne che aveva denunciato presunte violenze. Fanfani attacca: “Sistema al collasso”
FIRENZE Il vecchio è morto dopo dieci giorni nel forno di Sollicciano. Il ragazzo è stato trovato all’alba in una cella della Dogaia, proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto raccontare ai pm le presunte botte subite durante l’arresto. Due corpi. Due carceri. La stessa Toscana penitenziaria che in pochi giorni mostra il suo volto peggiore: quello della pena che diventa abbandono, della custodia che non custodisce ma si fa sofferenza, perfino tortura, sistema nel sistema, stato criminale nello Stato, il volto della prigione che trattiene tutto, anche la morte. È la storia di due detenuti uccisi dalle carceri inumane della regione a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro: Firenze e Prato, due penitenziari, due vergognose mine nel corpo delle istituzioni repubblicane.
La prima vittima è stata uno uomo di 75 anni, era italiano, era entrato a Sollicciano a metà giugno per scontare una condanna a quattro anni. Sì, proprio nel carcere in cui il gip di Firenze pochi giorni fa ha ordinato il sequestro di sette sezioni per le condizioni scabrose di igiene e invivibilità. Pochi mesi prima un ictus gli aveva lasciato un braccio semiparalizzato e conseguenze pesanti sul fisico. I volontari di Pantagruel lo avevano incontrato nel centro clinico dell’istituto. Stefano Cecconi gli aveva portato dei vestiti e aveva visto i segni di un corpo già devastato: il braccio fermo, le gambe nere tra cicatrici e problemi di circolazione. Sabato, quando è tornato, gli hanno detto che non era opportuno entrare. Il detenuto non riusciva più ad alzarsi. Quando ci provava, cadeva. Domenica il malore in cella, la corsa all’ospedale di Torregalli, la morte per meningite. Dieci giorni di detenzione, temperature vicine ai 40 gradi, alle volte oltre.
Il secondo aveva 26 anni, era honduregno e si chiamava Rodriguez Matute. Era detenuto alla Dogaia di Prato, accusato con un sedicenne italiano del tentato omicidio di un cameriere aggredito il 12 maggio nel centro della città. Lo hanno trovato i compagni di cella. Hanno dato l’allarme. Il 118 ha certificato il decesso, avvenuto presumibilmente per arresto cardiaco. Il magistrato ha disposto l’autopsia, anche per verificare se nella sera precedente avesse assunto sostanze. Matute aveva la mandibola fratturata. Ai medici avrebbe riferito che quella frattura era legata all’arresto e alle presunte violenze subite da alcuni poliziotti. Oggi avrebbe dovuto essere ascoltato in procura.
Il garante regionale Giuseppe Fanfani non usa giri di parole: «Una vera e propria mattanza, indegna di un Paese civile». Parla di decessi evitabili, di carcere ridotto a luogo di segregazione, punizione e abbandono. Dice che lo Stato, quando priva una persona della libertà, contrae un debito assoluto: deve custodire senza togliere dignità, deve curare, deve rieducare. Per troppe persone recluse, aggiunge, «la morte sta diventando l’unica forma di liberazione». Come se le carceri fossero un girone infernale.
Due nomi, due vite che cadono dentro due luoghi che da mesi sono diventati dossier giudiziari prima ancora che penitenziari. Sollicciano è il carcere della muffa e delle cimici, il forno estivo e la ghiacciaia invernale, sequestrato pochi giorni fa dal gip di Firenze in sette sezioni tra giudiziario maschile, penale maschile e Accoglienza. Un provvedimento mai adottato prima per un carcere italiano. Circa 240 detenuti dovevano essere trasferiti in altri istituti, una parte anche verso Prato, mentre il ministero promette lavori da 9 milioni e parla di svuotamento entro fine anno.
Una morte annunciata già dalle carte. Infiltrazioni d’acqua, intonaci scrostati, animali infestanti, impianti carenti, bagni indegni, camere inutilizzabili. Ad aprile Sollicciano aveva 576 detenuti per 502 posti regolamentari, ma 136 posti non disponibili. La capienza reale scendeva a 366. Il sovraffollamento effettivo superava il 150 per cento. Nella relazione del garante regionale, l’ispezione Asl del marzo 2025 aveva già trovato umidità, muffa, scarichi rotti, cimici e altri insetti nella quarta sezione del giudiziario maschile e nell’Articolazione per la tutela della salute mentale.
La Dogaia è l’altro buco nero. Il carcere pratese che la procura diretta da Luca Tescaroli prova da mesi a riportare sotto controllo tra blitz, perquisizioni e indagini su droga, telefonini, violenze, ricatti, armi rudimentali, ordini impartiti dalle celle, traffici alimentati anche dall’esterno e perfino pestaggio ad opera dei secondini. Il Tirreno se n’è occupato più volte: la Dogaia è ormai una piazza di spaccio chiusa, attraversata da un «fenomeno criminale pulviscolare», dove microcellulari e stupefacenti continuano a circolare. Una sezione è stata indicata come baricentro di un sistema fatto di droga, pagamenti, intimidazioni e violenze contro chi non salda i debiti.
Ora Sollicciano perde detenuti e la Dogaia ne riceve altri, mentre ogni trasferimento rischia di spostare il problema da un muro all’altro, da una cella trasformata in un forno ad una diventata base di un sistema mafioso. A Firenze muore un anziano malato che forse non avrebbe dovuto stare in cella. A Prato muore un giovane che poche ore dopo avrebbe dovuto parlare con i magistrati. Nicola Paulesu, assessore al welfare di Firenze, chiede valutazioni sanitarie attente e percorsi alternativi per chi ha condizioni estreme, con sospensione o differimento della pena quando il carcere non è compatibile con la salute.
Sollicciano e Dogaia: due carceri, due allucinazioni parallele. Uno è uno stato (criminale) nello Stato. L'altro un forno inumano diventato un sistema di tortura ignorato dalle istituzioni. Non può andare avanti così.
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