Pronto soccorso in Toscana, l’allarme nella relazione dei primari all’Asl Centro: “Pochi medici, rischiano il burnout”
Magazzini e Giannasi, direttori dell’emergenza urgenza di area vasta e dei reparti a Prato e Firenze: «Il sistema regge solo grazie agli straordinari». Nei Dea degli ospedali toscani mancano oltre 30 medici, in totale dovrebbero essere 179, in realtà sono 146. I due direttori lanciano anche l’allarme sul personale in burnout per i turni massacranti e le assenze per certificato
FIRENZE Non è lo straordinario che salva il sistema, è il sistema che ormai si regge sullo straordinario. In una relazione firmata da due primari dell’emergenza dell’Asl Toscana Centro, Simone Magazzini e Gianfranco Giannasi, e allegata alla delibera del 2 aprile con cui l’azienda stanzia 700 mila euro per l’attività aggiuntiva nei pronto soccorso, c’è una fotografia nitida e senza filtri: quella dei pronto soccorso è una rete che continua a funzionare, ma solo perché spinta oltre il limite, mentre sotto traccia si accumulano segnali di pericolo sempre più chiari di un possibile collasso dei presidi di mezza Toscana.
Il sistema che vive di extra
La delibera serve solo a formalizzare un meccanismo ormai diventato la norma: 140 medici coinvolti, 5 mila euro a testa, turni extra distribuiti lungo tutto il 2026, per un totale di 700mila euro. È un impianto stabile, replicato anno dopo anno dal 2019. E la relazione lo dice con una chiarezza quasi disarmante: «Si ricorre sempre, per coprire il servizio, ad ore di produttività aggiuntiva», scrivono Magazzini e Giannasi. Sempre. Non nei picchi, non nelle emergenze, ma nella quotidianità di un sistema che senza quel surplus di lavoro non riesce a garantire neppure la copertura dei turni minimi. Senza quegli extra i pronto soccorso collasserebbero. L’aggiuntiva è il collante che tiene insieme un mosaico pieno di crepe: attese lunghissime, carenze di personale, medici stressati e demotivati da turni massacranti e da una pessima qualità della vita. Per la prima volta ciò che di solito si ascolta negli allarmi di sindacati e pazienti viene messo nero su bianco da chi quel sistema deve farlo funzionare. Dunque, quello di Magazzini e Giannasi è quasi un dossier di denuncia.
Il vuoto che resta vuoto
Il punto di partenza è sempre lo stesso, una sorta di peccato originale della sanità toscana. «Mancano circa 30 medici, situazione identica allo scorso anno», argomentano i due direttori e al loro dossier allegano una tabella con lo scarto fra organici ideali e team reali, ospedale per ospedale. Da Firenze a Prato, da Pistoia al Mugello, in totale i medici dovrebbero essere 179, sono 146. I concorsi, aggiungono, non hanno invertito la tendenza, le assunzioni - 47 previste, 26 realmente coperte - non hanno ricostruito gli organici. A Prato mancano 7 medici, e considerando che altri 3 fra poco si sposteranno a medicina interna, il deficit è di 10 unità; a Pescia la tenuta è fragile (ne mancano 4), stessi numeri al Santa Maria Nuova e a Torregalli. Una carenza ormai cronica, «strutturale», la definiscono i primari.
Tempi lunghi, alta tensione
Quando il personale non basta, il tempo si allunga e si deposita nei corridoi. Il risultato? «Un aumento dei tempi di attesa, soprattutto per i codici minori, con disagi per i cittadini e lamentele verso il personale di accoglienza e triage», scrivono i due primari. Il triage diventa una diga sotto pressione, un punto di attrito continuo. I codici bassi si accumulano, mentre il flusso non si interrompe mai. E quando l’attesa cresce, cambia anche il clima. «Le lamentele sfociano in aggressione verbali immotivate nei confronti del personale medico, infermieristico ed Oss». Il pronto soccorso non è più solo luogo di cura ma anche spazio di tensione. La front line è una frontiera, il primo contatto è quello più esposto, il personale si trova a gestire non solo il flusso clinico ma anche quello emotivo.
L’emergenza non smista
Il problema non è solo entrare nel pronto soccorso, ma uscirne. Spesso «rimangono» bloccati nelle corsie dei Dea, «in attesa di posto letto per l’area medica, anche 20 o più pazienti, che a volte permangono per più notti». È il cosiddetto boarding, il collo di bottiglia dei Dea. A Prato, Torregalli, Ponte a Niccheri e Santa Maria Nuova il fenomeno è ormai una costante. I pazienti restano, i letti non si liberano, i nuovi arrivi si sommano ai vecchi. Il pronto soccorso diventa un parcheggio forzato, un luogo di permanenza più che di transito. Tanto che Magazzini e Giannasi ne fanno uno snodo chiave della relazione: «Vorremmo ancora una volta ricordare che la mansione del medico del Dea è quella di inquadrare i pazienti con visite, esami e consulenze, formulare una diagnosi che culminerà in dimissione, ricovero o prolungamento dell’osservazione. Non ha invece il compito di prolungare l’assistenza medica a quei pazienti che rimangono in attesa di posti letto per vari reparti»
Fuga dalle corsie
Il documento va oltre l’organizzazione e tocca la natura stessa del lavoro. Il pronto soccorso è descritto come un’attività che «richiede disponibilità a fare turni massacranti sia di giorno che di notte», con un carico che si concentra sempre di più su chi resta operativo, mentre una parte dei medici, spesso sopra i 60 anni, è esentata dai turni notturni, soprattutto a Borgo San Lorenzo, Pescia ed Empoli. Dunque, il grosso delle notti e dei turni festivi finisce sulle spalle dei pochi «idonei» rimasti. È qui che i due primari richiamano apertamente il rischio burnout, legato alla pressione continua, alla difficoltà di recupero e alla distribuzione squilibrata dei turni, che finisce per gravare su una platea sempre più ristretta di professionisti. «In questo momento - scrivono Magazzini e Giannasi - per la carenza del personale medico o infermieristico in molti Dea sono state chiuse le Osservazioni brevi e Hdu» e questo ha «creato ulteriore disagio» nel personale che «si trova a fare turni notturni e diurni sempre in prima linea contribuendo alla demotivazione e all’affaticamento che porta verso il burnout, con sempre maggiori richieste di certificazioni di malattia, di trasferimento o di aspettativa». Tradotto: fuga dai pronto soccorso.
I vicoli ciechi
Esistono soluzioni sulla carta, ma non sempre funzionano. «I percorsi fast-track ortopedico e psichiatrico - scrivono i due direttori - hanno difficoltà a decollare». Quei canali pensati per smistare i codici meno gravi restano parziali o intermittenti, mentre l’esperienza del Pir a Torregalli costituisce una «grande innovazione», un modello virtuoso «che ha determinato un grande sollievo per medici e personale infermieristico», un esempio da estendere anche altrove.
Il lavoro che non attrae più
La relazione affonda anche su un altro punto, meno visibile ma decisivo. «Questo lavoro è sempre meno ambito», scrivono i due direttori. La medicina d’urgenza perde attrattività, stretta tra carichi elevati, responsabilità crescenti e qualità di vita ridotta. «Non è una specializzazione ambita, anzi attualmente da evitare». È qui che il problema diventa sistema: non mancano solo medici, mancano medici disposti a scegliere questo lavoro.
Il futuro già scritto
Alla fine resta la previsione, che suona come un avvertimento: «Questa situazione purtroppo è destinata a peggiorare». Non è una cautela formale, è la proiezione lineare di quello che già accade. Pensionamenti in arrivo, pochi ingressi, carichi in aumento, turni sempre più difficili da coprire. La delibera serve a garantire continuità, a evitare che il sistema si fermi. Ma dentro gli atti, tra numeri e firme, si legge altro: non è una soluzione, è solo gestione-tampone. Una risposta che non colma il vuoto ma lo copre, che non ricostruisce gli organici ma redistribuisce la fatica su chi è rimasto. È un atto amministrativo trasformato in un pamphlet sulla crisi del lavoro del medico in prima linea. Un grido composto ma chiarissimo: così si regge, si resta in piedi, ma non ancora per molto.
