Ci lascia un mito
Referendum, a Firenze il No travolge città e provincia: è qui il fortino anti-Meloni
E in piazza della Signoria scoppia la gioia, la Cgil guida la mobilitazione. A Sesto il record con oltre il 71% contro la riforma, ma in tutta la Metrocittà il campo largo si ricompatta
FIRENZE. Il dato arriva prima dei commenti, li precede e li orienta. Nella Città Metropolitana di Firenze il No si prende il 65% con un’affluenza che sfiora il 70%. Nel capoluogo il margine si allarga ancora: 66,57% contro il 33,43%, 189.349 votanti su 265.348 elettori, affluenza al 71,36%. Numeri netti che restituiscono un territorio compatto. E che torna a pesare, numeri che tracciano una traiettoria netta, il profilo di un granaio anti-Meloni. È qui, rivendicano sia Funaro che Giani, non solo il No più autentico alla riforma ma alle politiche della premier e del governo nazionalista.
A Palazzo Vecchio si osserva con attenzione. Non era né poteva essere un voto sulla giunta, ma la memoria corre alle regionali del 2025, quando il Pd in città aveva toccato uno dei punti più bassi della sua storia. Questa volta il segnale cambia verso. Il campo largo si muove insieme, la rete dei comitati regge, la mobilitazione produce consenso. Il risultato del No diventa anche un’iniezione di fiducia per il centrosinistra fiorentino, un segnale che rasserena gli equilibri interni e ricuce una parte delle fratture emerse negli ultimi mesi. Sara Funaro sceglie parole nette. «Il No ha vinto. Il risultato è chiarissimo: una bocciatura politica per il governo Meloni». Poi insiste sul dato locale. «A Firenze questo segnale è ancora più forte. Un risultato straordinario, nella partecipazione e nel voto». Rivendica la soglia oltre il 70% e quel 66% che certifica una scelta larga. «Una città di cui essere orgogliosi, che non tradisce la propria storia e sceglie con consapevolezza da che parte stare». E ancora: «C’è un coinvolgimento forte anche delle ragazze e dei ragazzi». La lettura è politica e insieme civica. Dentro ci stanno sicurezza, lavoro, casa. «Servono risposte concrete», dice, e indica la linea del centrosinistra.
La geografia del voto rafforza il quadro. Sesto Fiorentino tocca il 71,5% di No, uno dei picchi nazionali. È la Sestograd, laboratorio stabile della sinistra, e conferma la sua funzione. Scandicci supera il 66% con affluenza oltre il 70%. Bagno a Ripoli viaggia oltre il 74% di partecipazione con un No largo. Campi Bisenzio si attesta intorno al 59%, Signa e Lastra a Signa tra il 58% e il 59%. E poi la cintura che spinge sopra il 65%: Fiesole, Calenzano, Impruneta, Pontassieve, Rignano sull'Arno, Greve in Chianti. Un sistema territoriale che si muove in blocco e fa massa critica, con differenze limitate e una linea politica riconoscibile. Nel retroscena pesa il lavoro della Cgil, che rivendica la raccolta firme e la costruzione dei comitati. In piazza della Signoria si dà appuntamento per la sera. Arci, Anpi, associazioni, pezzi di partiti. Festa con fiaccole rosse e “Bella ciao”. È una filiera organizzata che ha tenuto il campo, ha costruito consenso e lo ha trasformato in voto. Eugenio Giani sintetizza e allarga. Parla di Toscana «prima regione nella scelta del No». Poi il governatore torna su Firenze. La città, dice, ha inciso in modo determinante e ha offerto il dato più alto di partecipazione. Qui si è giocata una parte rilevante della partita nazionale, qui si è costruito un segnale politico leggibile anche oltre i confini regionali.
Il risultato costruisce una fotografia nitida. Firenze e la sua area metropolitana si confermano fortino del No, baluardo rosso anti-Meloni che ritrova compattezza e capacità di mobilitazione. Un voto che nasce su un quesito e si allunga sul terreno politico.
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