Forte dei Marmi, la guerra preoccupa gli albergatori: «Americani, russi e arabi a rischio»
Corchia (Federalberghi): «Le ripercussioni per l’estate possono essere gravi. Il piano B? Gli italiani e gli europei, come già sta avvenendo per le date di Pasqua, ma i fatturati sono molto differenti»
FORTE DEI MARMI. Dopo il grande fermento per l’interesse dei gruppi internazionali verso gli hotel del Forte, un’ombra scura si allunga sulla spiaggia più esclusiva d’Italia. Non è un’ombra legata a logiche di mercato, ma al fragore delle armi che scuote il Medio Oriente. Paolo Corchia, vicepresidente nazionale di Federalberghi e presidente dell’Associazione albergatori di Forte, rientra dal Consiglio nazionale a Roma con una preoccupazione che non nasconde.
Presidente Corchia, qual è il clima che si respira tra gli addetti ai lavori in merito al conflitto?
«C’è grande apprensione. Se la situazione si risolvesse in due o tre settimane, l’impatto sarebbe contenuto. Ma se dovesse durare mesi, saremmo di fronte a venti di crisi per il settore. Non voglio diffondere pessimismo gratuito, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti. E Forte dei Marmi, per la sua particolare clientela internazionale, rischia più di altre località».
Quali sono i mercati che la preoccupano maggiormente?
«Sono tre i pilastri che rischiano di vacillare: americani, russi e la clientela degli Emirati e dell’Arabia Saudita. L’anno scorso abbiamo avuto presenze record e di altissima qualità da quell’area. Se il conflitto dovesse degenerare e coinvolgere direttamente questi Paesi, o se venisse compromesso il volo Dubai-Pisa, il danno per noi sarebbe gravissimo. Gli americani invece, di fronte a un allungamento delle ostilità e al rischio che vengano coinvolte mete come Turchia o Cipro, potrebbero decidere di non muoversi affatto».
E i russi? Nonostante le sanzioni, sono sempre stati una presenza costante al Forte.
«Esatto. Consideri che almeno 5mila russi continuano a venire ogni anno. Spesso partono proprio da Dubai o da Cipro, dove hanno interessi. Molti di loro hanno ville e alberghi qui. Se si ferma quel quadrante geografico, si ferma anche il loro flusso».
C’è un diretto parallelismo tra investimenti e timori geopolitici…
«È proprio questo il punto. Da una parte vediamo investimenti faraonici: Mohamed Ali Alabbar sta riqualificando l’Imperiale, e Ahmed bin Saeed Al Maktoum ha acquistato l’ex Areion. Dall’altra, dobbiamo convivere con il terrore che questo mondo si fermi. Oltre al calo delle presenze, ci preoccupa l’impennata dei costi energetici e dei fornitori legati al petrolio. È tutto collegato».
Lei intravede una via d’uscita diplomatica a breve?
«La situazione è complessa. Netanyahu vuole proseguire per ragioni di sicurezza ed egemonia, gli americani hanno difficoltà a trovare interlocutori affidabili e l’Iran ha una forza di resistenza enorme. Se la guerra si bloccasse nel giro di due settimane, avremo giugno, luglio e agosto per rimettere tutto in ordine».
Se questo scenario ottimista non dovesse verificarsi, c’è un piano B?
«Gli italiani e gli europei. Già oggi vediamo che le prenotazioni per Pasqua, che sono quasi interamente italiane, stanno andando bene. C’è un fenomeno interessante: da quando è scoppiata la guerra, le mete nazionali come l’isola d’Elba hanno visto una ripresa. Gli stessi italiani, per timore di restare bloccati in qualche aeroporto internazionale, preferiscono la gita in Italia. Forte dei Marmi ha una solida base nazionale a cui aggrapparsi, ma è chiaro che per il prestigio e i fatturati a cui siamo abituati, recuperare i mercati internazionali resta la priorità assoluta».
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