Così diverse ma così “uguali”: Giorgia ed Elly le più longeve
La premier sta per battere il record di Berlusconi capo del governo. Schlein ha già superato Bersani alla guida del Pd: la loro impresa è durare
Mancano 72 ore. Giorgia Meloni sente ticchettare il cronometro del Cav: 1.412 giorni, il record del secondo governo Berlusconi che il 4 settembre finirà in archivio. Elly Schlein il sorpasso l’ha già compiuto, ha superato il giaguaro il 24 agosto: 1.261 giorni consecutivi alla guida del Pd, uno in più di Pier Luigi Bersani. Resta da smacchiare Renzi, il leopardo riformista davanti nel totale dei due mandati a capo della Ditta, ma qui vale la continuità. Eccole, le due donne che nell’Italia dei leader consumati come pile sono riuscite nell’impresa meno italiana di tutte: perseverare, durare, restare.
Guardando il cimitero politico alle loro spalle, non è poco. Renzi fu congedato con un referendum nell’era del 40%, Enrico Letta con uno «stai sereno» e una campanella passata di mano, Salvini si giocò Palazzo Chigi fra un mojito e un cubo al Papeete, il Conte I finì con la mossa del cavallo e il Conte II per vendetta del solito fantino, cioè Renzi che, tanto per non perdere l’allenamento, staccò la spina. Meloni e Schlein hanno sviluppato una qualità che la Treccani potrebbe inserire alla voce: capacità di non farsi ammazzare dal fuoco amico. Durano entrambe, ma con due tecniche opposte.
Meloni comanda facendo capire che senza di lei il centrodestra avrebbe soprattutto il centro e la destra. Separati. Salvini è sceso al 5,1% secondo Ipsos, Tajani presidia i moderati, il generale Vannacci ha costruito Futuro Nazionale ed è arrivato al 7,1 grazie a video (un po’ trash) generati dall’Ai nel disagio generale. Sogna il ritorno all’antica Roma, parla di «patriarcato mediterraneo» (che?!?), remigrazione e aspetta una telefonata della premier come un ufficiale lasciato fuori dalla sala operativa. Non ha i voti per far cadere Meloni. Ha qualcosa di più fastidioso: quelli per costringerla a pensare a lui. Eppure, nonostante tutto - nonostante le accise, Trump, la foto negata, gli ex ministri e sottosegretari pieni di grane, le osterie, i Bignami di tafazzismo, generali e picchiatori, e i Tajani come se fosse antani - la maggioranza tiene. Litiga e sbuffa, poi però vota. È quasi una terapia di coppia parlamentare: ognuno racconta agli elettori di non sopportare gli altri, ma nessuno vuole davvero lasciare casa. La forza di Meloni è aver reso innocuo il dissenso. Gli alleati possono metterle il broncio purché alla fine alzino la mano.
Schlein governa il contrario: non un partito disciplinato, ma un condominio in cui nessuno possiede abbastanza millesimi per cambiare amministratore. Il Pd è al 20,1 per cento (sempre Ipsos), il M5s al 14,5, Avs al 6,3, poi ci sono Renzi, Calenda, i riformisti, gli ex renziani del Pd, i fuoriusciti malmostosi e quelli che potrebbero diventarlo alla prossima direzione. L’Ulivo al confronto era un amalgama omogeneo. A giugno la foto con Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli sembrava l’atto di nascita e rottura della coalizione. Il point break. Mancava Renzi e Calenda domandò se fosse sotto il tavolo. E così si è capito che nel campo largo il problema non è trovare una sedia: è stabilire chi abbia diritto di reel.
Schlein è sopravvissuta perché nessuna corrente del Pd ha trovato un’alternativa, qualcun altro a cui dare la colpa alla prossima scoppola. E perché lascia galleggiare le contraddizioni finché non diventano letali. Per dire: sull’Ucraina Conte vorrebbe affidare alle primarie anche la linea politica, lei ha risposto che «non funziona così», prima viene il programma comune. Fratoianni ha aggiunto che non è automatico che chi vince le primarie diventi «il capo». Renzi propone un patto di ferro (sulle liste?). Il campo largo, insomma, deve ancora scegliere il candidato, decidere con quali idee coltivarlo e chiarire cosa accada se il candidato scelto vuole cambiarle (le idee e le liste). Però esiste. E per la sinistra italiana è già un risultato, un rebus epistemologico, ma un risultato.
Qui sta la differenza. Meloni usa il conflitto per stabilire una gerarchia. Schlein lo assorbe per evitare che la gerarchia esploda. Una restringe il vertice, l’altra allarga il tavolo. Una parla sempre come se avesse già deciso, l’altra come se la decisione fosse troppo inclusiva per dire che è decisa. La prima rischia l’arroganza del comando, la seconda la riunione permanente, la vaghezza dei propositi in un frastuono di proposte.
Anche nella comunicazione si sono costruite due corazze opposte. Meloni ha trasformato per anni ogni questione in una faccenda personale: io contro loro, l’Italia contro chi la tratta male, la madre, la donna, la cristiana, la patriota, la capa. Funziona finché biografia e politica marciano nella stessa direzione. Poi arrivò The Donald. Meloni fu l’unica leader dell’Ue alla sua inaugurazione e pensò che l’affinità su immigrazione e guerra al woke avrebbe aperto una corsia preferenziale con Washington. È finita con la premier italiana contraria all’uso delle basi per gli attacchi americani all’Iran (roba che ha fatto il socialista Sanchez, tiè), Trump che prima la ghosta, poi la blasta e passano settimane senza parlarsi. «Pensavo sarebbe stato più facile», ha ammesso lei. Una frase quasi matrimoniale. Il Financial Times ne ha fatto un monito e le ha ricordato che l’affinità ideologica con i Maga non garantisce nulla se poi negli Stati Uniti chi ti ha votato quello slogan lo vuole veder garantito alla pompa di benzina: America first, after spaghetti.
Ma un vantaggio Giorgia l’ha pur tratto da questo bisticcio da pianerottolo diventato crisi internazionale, perché la donna che doveva essere l’amica italiana di Trump è diventata la premier che sa dirgli di no. Prima la sintonia era una prova di forza, ora lo è la distanza. Della serie: in politica la coerenza resta una virtù, ma saper cambiare didascalia alla stessa foto aiuta parecchio.
Schlein soffre del problema opposto. Le sue idee spesso esistono prima del loro racconto. Salario minimo, sanità pubblica, bollette, diseguaglianze: ne parla. Ma non sempre riesce a occupare quel terreno. C’è una dissonanza cognitiva fra ciò che dice e l’immagine che ha di lei l’opinione pubblica. Si chiama bias di conferma: lei fa di tutto per parlare di cose concrete, ma i cittadini filtrano le nuove informazioni per consolidare la loro prima impressione. Pensate la frustrazione: tu porti agli elettori un sacco di solide proposte - roba tosta - e loro pensano siano una montagna di fuffa. Così a Conte è bastato citare Alexandria Ocasio-Cortez per sembrare subito lui quello che vuole riportare la sinistra ai poveri. Lei può presentare dieci piani per il lavoro e resta la leader dei diritti. È la nemesi di una politica che ha costruito un «noi» molto più efficace del suo «io».
Insomma, Giorgia e Elly. Una paga quando cambia idea, l’altra quando tarda a scegliere la propria. La prima, dopo aver assaggiato quel pizzico di sindrome narcisista che complica tutte le relazioni umane con Trump, la tetragona Giorgia, è parsa un po’ spettinata; e dopo aver scoperto il Conte filosofo anti-woke (son tutti convinti ci sia lo zampino di Bettini, tu quoque Goffredo), la seconda ha fatto la figura di quella che «non lo ha visto arrivare». Per avere una leader super saiyan basterebbe una fusione.
Perché in tutte queste sventure la longevità di Giorgelly dice qualcosa di interessante sulla superiorità femminile nella gestione del caos. Gli studi sulle leader descrivono il solito doppio vincolo: se sei dura, poi dicono che sei aggressiva; fai la conciliante e sei percepita come una debole. Eppure, governare gli ossimori sta giovando ad entrambe. Voi direte: sì, durano, ma sono la privazione, la mancanza, l’assenza a rafforzare le rispettive leadership. Vero. Però la politica del non-finito per ora funziona. Promette la proiezione di un desiderio su un oggetto che ogni elettore può finire di scolpire come vuole e la speranza di un mondo migliore mentre nell’attesa ci si tura il naso. Meloni è insostituibile perché nessuno a destra può ancora ereditarne insieme elettori, alleati e credibilità internazionale. Schlein perché nessuno nel Pd saprebbe oggi rimuoverla senza riaprire la guerra civile che lei ha congelato. La prima governa un esercito che ogni tanto spara in aria. La seconda una federazione che democraticamente discute le regole per darsele di santa ragione. Intanto nell’agenda c’è la spunta su quelle due date. Per Giorgia quella del giorno in cui effettuerà il sorpasso su Silvio. Per Elly quella in cui ha smacchiato il giaguaro. L’anno prossimo si vota, loro per ora restano. L’Italia conta il tempo che le resta.
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