Mercato di Sant’Ambrogio, gli storici fruttivendoli: «È cambiato tutto e non c’è un ricambio. Le attività storiche? Rischiano di scomparire»
Portano avanti una realtà storica che vende frutta da tre generazioni
FIRENZE. «Sono tanti i cambiamenti che abbiamo visto». Roberta Del Sette, insieme al marito Massimo Sarchiani, fanno i fruttivendoli al mercato di Sant’Ambrogio a Firenze. Portano avanti una realtà storica che vende frutta da tre generazioni che di acqua sotto i ponti ne hanno vista passare tanta.
Da quanto tempo lavora al mercato di Sant’Ambrogio?
«Io sono l’ultima arrivata, sono la moglie di Massimo Sarchiani, e il banco è della sua famiglia dal 1960, quando arrivò il nonno. È passato di generazione in generazione: i nonni, poi la mamma, poi i figli, e ora siamo rimasti noi. Io personalmente sono qui da 18 anni».
Cos’è cambiato in questi anni?
«È cambiato l’orario delle persone. Prima venire al mercato era il fulcro della spesa quotidiana. La mattina presto era pieno, uomini e donne venivano prima di andare a lavorare. Ora alle 7 di mattina c’è molta meno gente, mentre è più facile trovarla al supermercato di sera. Sono cambiate anche le famiglie, sono meno numerose e chi lavora ha meno tempo. La cucina non è più il fulcro della giornata».
Come si spiega questo cambiamento nelle abitudini d’acquisto?
«Prima c’era un acquisto unico. Si andava al mercato, si sceglieva, c’era una relazione con chi vendeva. Ora l’approccio è diverso, più veloce, meno legato al rapporto umano».
Sant’Ambrogio ha sempre avuto questa vocazione al dettaglio?
«No, inizialmente era un mercato all’ingrosso. Poi i banchi della Loggia del Pesce hanno riempito gli spazi rimasti liberi ed è nata via via l’attività al dettaglio. Il nonno di Massimo, all’inizio, vendeva quelli che chiamavamo “capi rotti”: frutta e verdura molto matura, con qualche difetto, che le famiglie compravano e riutilizzavano subito in cucina».
C’è qualche dettaglio che rende l’idea della mutazione?
«Tanti, in realtà. Pensi che le banane non si vendevano nemmeno trent’anni fa. Quando arrivarono, c’erano due banchi dedicati solo a quelle, e le famiglie venivano apposta. O ancora, una volta si usavano le buste di plastica per confezionare, ora la busta di carta è quasi un nostro vanto, perché conserva meglio il prodotto. A volte la gente va via con più buste che roba dentro».
Chi lavora oggi ai banchi del mercato?
«Sempre più spesso persone di altri Paesi. Prima si vedevano soprattutto ai banchi di abbigliamento, ora anche a quelli di frutta e verdura».
Chi porterà avanti l’attività dopo di voi?
«Questo è il problema più grande. Se il mestiere non passa più di generazione in generazione, diventa difficile anche vendere lo spazio, la gestione, l’avviamento. È un lavoro che richiede tante ore ed è fisicamente impegnativo: sempre meno persone hanno voglia di farlo, e questo mette a rischio la continuità».
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