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La testimonianza

Omicidio di Camaiore, la migliore amica di Mirko: «Giovane dal cuore gentile che il padre non aveva accettato»

di Gabriele Buffoni
Omicidio di Camaiore, la migliore amica di Mirko: «Giovane dal cuore gentile che il padre non aveva accettato»

Veronica Sue Manfredi abita a Pieve di Camaiore a pochi passi dalla casa della famiglia Moriconi

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CAMAIORE. Alla fiaccolata in ricordo di Mirko e Kety, svoltasi venerdì sera a Camaiore, proprio non poteva mancare. Non lei, una delle migliori amiche del 24enne. Una di quelle «che ogni volta che lo chiamavo c’era sempre per me, e così io per lui. Mi manca terribilmente – aggiunge, tra le lacrime – e per la sua morte non posso accettare alcun tipo di giustificazione».

Veronica Sue Manfredi abita a Pieve di Camaiore. A pochi passi dalla casa della famiglia Moriconi, lì in quella corte di abitazioni dove Mirko e Kety sono stati barbaramente uccisi nel pomeriggio di mercoledì dalla furia omicida di Piero Moriconi, padre e marito che ha imbracciato uno dei suoi fucili da caccia e ha sparato sei colpi, quattro contro la moglie e due contro il figlio, uccidendo entrambi.

Nel ricordo di Mirko e Kety – diventati in questi giorni simbolo della lotta all’oppressione omotransfobica – si è aperto ieri il Pride di Milano a cui ha preso parte anche la segretaria del Pd Elly Schlein. «L'omotransfobia uccide – ha dichiarato – purtroppo ha ucciso anche Mirko Moriconi che qualche tempo fa aveva anche scritto sui social “per mio padre meglio morto che gay”. L’omotransfobia purtroppo uccide e penso che davanti a questa tragedia bisogna che riflettano tutta la società e tutta la politica, perché qualcuno ancora si chiede che senso abbia fare i Pride».

Signorina Manfredi, che rapporto c’era tra lei e Mirko?

«Era il mio migliore amico, un ragazzo buono, dal cuore gentile. Ogni volta che avevo un momento di crisi, in cui mi sentivo persa, sapevo di poterlo chiamare e lui mi diceva sempre: vieni a casa mia. In passato stavo male, ero dimagrita tanto e lui mi invitava di continuo, cucinando per me e standomi vicino».

Si ricorda quando l’ha sentito l’ultima volta?

«Erano le 6 di mattina del giorno in cui suo padre gli ha sparato. La sera prima eravamo insieme, l’ho accompagnato al Mc Donald e poi siamo tornati a casa. Ma poi fino alle 6 siamo rimasti in contatto, al telefono a parlare».

Quando ha appreso la notizia della sua uccisione?

«Ero al bancone nella gelateria a Viareggio dove lavoro. Prima di andare lì avevo appuntamento con lui, come praticamente tutti i pomeriggi dopo pranzo, per prendere un caffè a casa sua, ma ero stanca. Ho provato a chiamarlo per dirgli che non sarei andata ma non mi ha risposto. Avrei dovuto vederlo quella sera per uscire insieme, non ci ho dato peso. Poi sul cellulare i miei amici hanno iniziato a tempestarmi di messaggi chiedendomi come stessi. Non capivo cosa stava succedendo, mi hanno mandato il link della notizia. Mi sono messa a piangere e sono crollata a terra».

Era a conoscenza di questi continui litigi che sembrano emergere dalla ricostruzione della situazione che si viveva in quella famiglia?

«Non andava d’accordo con il padre, ed era chiaro: non l’aveva mai accettato. Ma non ero presente nella loro intimità, non so dire quanto litigassero tra di loro. Se però questa situazione era così insostenibile, perché ucciderli e non andarsene di casa? Io spero solo che trascorra il resto della sua vita in galera. Anche perché se suo figlio aveva dei problemi, a 24 anni, avrebbe potuto aiutarlo anziché ucciderlo a fucilate».

Piero Moriconi, davanti agli inquirenti, ha definito Mirko “ingestibile” tra dipendenze e comportamenti violenti. Lei che lo conosceva può smentirlo?

«Immagini di essere un ragazzo che cresce alla Pieve, tra gente di montagna spesso ignorante e in un contesto mentalmente molto limitato. Un ragazzo che quando finalmente dichiara al padre di essere gay si sente rispondere che sarebbe meglio avere un figlio morto e che viene buttato fuori di casa. È inevitabile che qualche problema, psicologicamente, questo l’abbia creato. Anche perché la prima cosa che un ragazzo cerca è l’accettazione della famiglia, che avrebbe dovuto essere un punto di riferimento. E meno male c’era la mamma».

Con cui invece Mirko aveva un rapporto di tutt’altro genere.

«Di simbiosi. Uscivamo addirittura insieme, tutti e tre noi, a prendere l’aperitivo ad esempio. E anche questo forse non ha fatto che peggiorare la situazione col padre, che era geloso del rapporto che si era creato tra Mirko e Kety. L’ha dichiarato anche lui, si sentiva inutile vedendo quanto erano uniti». 


 

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