Morto sul lavoro a 34 anni, l’amico-collega: «Il botto, le urla disperate: poi ho visto il sangue, ma non si muoveva più»
La testimonianza: «Ho sentito le lastre della copertura che si spezzavano una alla volta. Il suo era l’unico stipendio in famiglia...»
ROSIGNANO. Ardwan che divide la pizza con Faouzi. I loro bimbi, un maschietto e una femminuccia, che corrono intorno al tavolo, le mogli che si raccontano la fatica di una vita lontana dai loro Paesi. Le trasferte insieme. Le mogli che in pratica si trasferiscono in una sola casa quando i mariti sono fuori dal lavoro.
Ora immaginatevi questa scena. E non le parole di commento della disperazione perché Ardwan quello che ha provato non l’ha detto. E forse non lo dirà mai.
«Stavo scendendo dalle scale del tetto, dietro di me un po’ più su, c’era un collega. Sulla copertura, da solo, era rimasto Faouzi. Ho sentito un rumore, anzi tre distinti: la prima lastra che si spezza, la seconda, un botto. Il collega ha cominciato a urlare: “Il ragazzo è caduto di sotto, il ragazzo è caduto di sotto”».
La testimonianza choc
Ardwan non si è voltato, ha preso a scendere le scale più rapidamente, è entrato dentro lo stabilimento e l’ha visto. Il suo collega, il suo amico, il ragazzo che come lui viveva a migliaia di chilometri dalla sua famiglia (lui marocchino, Faouzi originario della Tunisia). «Era incastrato dentro il macchinario. Ho visto il viso. C’era sangue, non parlava, non si muoveva».
Alzando gli occhi verso il soffitto, il sole penetrava dal tetto. Si era creato un buco, grande a sufficienza per far cadere di sotto una persona. Sono pochi passi dalla fine della copertura, dalle scale da cui gli altri colleghi erano scesi o stavano scendendo. L’area dov’è avvenuto l’infortunio è stata sequestrata e gli inquirenti stanno cercando di capire cosa sia realmente accaduto.
Lasciamo il racconto della morte e torniamo alla vita. A un’amicizia nata circa 4 anni fa quando Faouzi Marweni è arrivato a lavorare nell’azienda di Valmadrera, in provincia di Lecco, già c’era Ardwan. «Era arrivato da pochi mesi e ha avuto un contratto sicuro, ha smesso di ricevere il sussidio dello Stato. Mi aveva raccontato che era arrivato col barcone: era partito insieme alla moglie e, grazie ad amici tunisini, era arrivato a Lecco».
La bimba piccola e la casa
Precisiamo. Era arrivato a Malgrate, un comune con poco meno di cinquemila abitanti, con vista sul ramo del lago di Como declamato da Manzoni. Da due anni aveva potuto affittare una casa, aveva un bimba nata da poco. Viveva in via Sant’Antonino. Google racconta un parallelepipedo color giallo ocra con tante finestre marroni. Una casa anni Sessanta affacciata su uno stradone, che immaginiamo sempre trafficato. Ma dietro l’angolo ha il lago.
«È un condominio – racconta la responsabile della vicina parrocchia di San Leonardo – dove vivono quasi esclusivamente extracomunitari. Gente integrata i cui figli, anche se di un’altra religione, vengono da noi all’oratorio. Perfettamente integrati anche perché se stanno lì significa che possono pagare un affitto». Significa che il loro sogno di stabilità è realtà. E infatti Faouzi Marweni è integrato anche nel Centro islamico culturale “La Città” a Lecco. Qualche riga di quanto accaduto in Toscana, nella provincia di Livorno, nella chat del Centro e la comunità risponde. Chiedono e danno notizie, sanno che la moglie è informata di quanto accaduto.
La chiamata alla famiglia
«Ho chiamato mia moglie – conferma Ardwan – è stata lei a raggiungerla a casa e a darle la notizia. Sono amiche, stanno sempre insieme. Ci frequentiamo tanto anche perché i nostri figli hanno la stessa età». E ora? «Lei non lavora. L’unico stipendio in casa lo portava Faouzi». Il loro sogno s’è spezzato. Proprio come il tetto.
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