Il Tirreno

Toscana

La testimonianza

Flotilla, Antonella Bundu e Dario Salvetti raccontano la detenzione: «Tenuti in un lager galleggiante»

di Paolo Nencioni

	Antonella Bundu, ex candidata alla presidenza della Regione Toscana per Toscana Rossa, e il sindacalista Dario Salvetti davanti ai cancelli della ex Gkn
Antonella Bundu, ex candidata alla presidenza della Regione Toscana per Toscana Rossa, e il sindacalista Dario Salvetti davanti ai cancelli della ex Gkn

I due attivisti toscani sono rientrati all'alba di oggi, 22 maggio dopo essere stati prelevati martedì (19 maggio) in acque internazionali: «Israele fa terrorismo: gabbie di ferro, cani che ringhiano, violenze»

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CAMPI BISENZIO. «Noi in fondo siamo stati fortunati, ci hanno solo menato…». C’è spazio anche per un po’ di ironia nei racconti di Dario Salvetti e Antonella Bundu, due dei cinque attivisti toscani rientrati all’alba di oggi dopo essere stati prelevati martedì dalla Marina militare israeliana in acque internazionali mentre su una barca a vela si dirigevano verso Gaza per portare aiuti umanitari con la Global Sumud Flotilla. Un po’ di ironia sì, ma tutto il resto è maledettamente serio. A Istanbul, dove la spedizione ha fatto scalo dopo il rilascio, ci sono una cinquantina di attivisti in ospedale e la Flotilla parla di «almeno 15 casi di violenza sessuale, inclusi stupri». Di questo Salvetti, portavoce del Collettivo Gkn, e Bundu, già candidata alla presidenza della Regione con la sua Toscana Rossa, preferiscono non parlare perché, spiegano, possono solo riferire il racconto di altri, ma chiariscono che non si parla di semplici molestie.

«Ai palestinesi va molto peggio»

Oggi a mezzogiorno sono stati accolti dal Collettivo Gkn a Campi Bisenzio e poi hanno raccontato la loro esperienza senza mai atteggiarsi a eroi. «Qualsiasi cosa abbiamo vissuto – hanno detto – non è nulla rispetto a quanto accade tutti i giorni ai palestinesi, oltretutto con la differenza che noi sapevamo che sarebbe finita presto».

Fin tanto che è durata, però, non è stata una passeggiata, anzi. «Appena abbordati dai militari, subito uno di noi è stato colpito col taser – racconta Antonella Bundu – Poi ci hanno ammanettati e trasferiti al porto, ci dicevano “vi portiamo in Africa”, cantavano canzoncine, sembrava un pessimo film. Col puntatore laser dei fucili ci inquadravano la testa, ci sparavano pallini per farci raggruppare, poi un liquido giallastro col cannone ad acqua».

«Chiusa in una scatola di ferro»

Nel tunnel verso il porto di Ashdod le forche caudine: tutti quelli che passavano venivano colpiti dalle due file di soldati. Welcome to hell, gridavano. E come sottofondo incessante l’inno nazionale israeliano. «Alla fine mi hanno chiuso in una scatola di ferro, accanto a un cane che abbaiava – racconta ancora Antonella Bundu – Con noi c’era un’attivista tedesca che soffre di epilessia e per sei ore ha chiesto invano i farmaci. Poi siamo stati interrogati, volevano che firmassimo una dichiarazione nella quale ammettevamo di essere entrati illegalmente in Israele, penso che nessuno l’abbia firmata, io no di certo». Anche perché, come detto, l’abbordaggio della Flotilla, com’era già accaduto in altre occasioni, è avvenuto in acque internazionali.

Su questo sia Salvetti che Bundu puntano il dito anche contro le cancellerie dei paesi occidentali. Hanno navigato per giorni accanto a navi greche, sorvolati da droni greci, turchi e certamente anche israeliani, ma poche ore prima dell’abbordaggio il mare e il cielo intorno a loro si è fatto deserto. «Tutti sapevano quello che stava accadendo e nessuno ha mosso un dito» dicono.

«Campo di concentramento galleggiante»

I due attivisti toscani insistono molto su un’immagine, quella del “campo di concentramento galleggiante”. Entrambi sono stati portati su due navi cargo ancorate al largo e stipati in quattro container protetti dal filo spinato, a pane e acqua. «Ci hanno tolto i documenti, eravamo solo numeri – raccontano – Non sappiamo in quale altro modo chiamare questa cosa se non campo di concentramento. Abbiamo potuto rialzare la testa solo quando siamo arrivati all’aeroporto». Antonella Bundu non è facile alla commozione, rischia di cedere solo quando ricorda di aver visto tute di prigionia con la taglia dei bambini.

C’è un passaggio del racconto di Dario Salvetti che più di altri aiuta a capire. «Abbiamo avuto la sensazione di trovarci davanti a un sistema ben oliato con un altissimo consenso – dice l’attivista – Nelle 48 ore che ho passato lì non ho mai avuto la sensazione che ci fosse uno di quei militari che stava solo eseguendo ordini. Ci prendevano per il culo anche i traduttori. Quella israeliana è una società che vive in una bolla, dentro una distopia». Solo Bundu, contravvenendo alle regole della Flotilla, ha accettato il dialogo con uno dei militari. «Hai una figlia? – le ha chiesto lui – E allora come fai a non pensare al 7 ottobre».

Sia Bundu che Salvetti sono sorpresi dal fatto che tutti si siano indignati per le immagini dei prigionieri diffuse dal ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir. «Sì, ci ha fatto sorridere che si siano scandalizzati per quelle immagini. Quello era niente in confronto al resto». Rispondendo alle domande dei cronisti, torna un filo d’ironia. «Mia figlia? Non era troppo preoccupata, ha detto “al massimo lo menano”» dice Salvetti. Idem la figlia di Bundu: «Quando ho provato a chiamarla prima dell’abbordaggio mi ha scritto “sono a un corso, ti chiamo dopo”». Poi i telefoni cellulari sono finiti in fondo al Mediterraneo.

Ma la voglia di scherzare finisce qui. Dario Salvetti la mette giù dura: «Contro il governo israeliano bisogna fare come col Sudafrica dell’apartheid: boicottaggio totale, non c’è altra strada».

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