Nata senza avambraccio, ora Cinzia avrà finalmente la sua mano bionica: «Pronta fra due mesi, ecco cosa potrà fare» – Video
"Prensilia", spin-off della Scuola Sant'Anna, ha risposto all'appello lanciato dalla donna, di Bibbona, tramite Il Tirreno. “Mia Hand” ha la possibilità di eseguire fino a cinque prese diverse, con le quali riesce a effettuare sette dei dieci gesti utilizzati nell’80% delle azioni di vita quotidiana
Prendere in mano un archetto, avvicinarlo al violino e ascoltare le note che escono dallo strumento grazie al movimento che dal proprio corpo si trasmette dall’anima, quindi alla tavola armonica. La musica quindi esce, come se si fosse liberata. È suonare il violino il sogno di Cinzia D’Amicis, nata senza l’avambraccio destro, conseguenza della fuoriuscita di materiale radioattivo quando la madre era incinta, in Australia.
Quel sogno oggi, forse, non è più così irrealizzabile. È un desiderio, quasi un simbolo, di una liberazione dalla disabilità ricercata da tutta la vita. Tra due mesi Cinzia, che abita con la famiglia a Bibbona, avrà la sua mano bionica. La società Prensilia, spin-off della scuola superiore Sant’Anna, ha risposto all’appello lanciato tramite Il Tirreno e le regalerà una nuova mano che le permetterà di avere una vita normale.
Intanto Cinzia D’Amicis, nei giorni scorsi, ha già provato “Mia”, una mano bionica certificata nel 2024 e frutto di una ricerca cominciata nel 2016 finanziata con un progetto europeo.
Mia funziona benissimo, Mia è adatta a Cinzia. È questo il risultato che è emerso dalla prova. D’Amicis ha già scelto una mano con una cover con tanti fiori di Iris. Una mano lontana nel design dalle protesi a cui siamo abituati e che racconta la meraviglia del movimento e la leggerezza del dispositivo che all’interno contiene un puzzle di tecnologia avanzata: ha motori per consentire l’estensione delle dita e l’opposizione del pollice, ha sensori di forza oltre a un pc che coordina i movimenti.
D’Amicis con Mia può stringere forchetta e coltello e mangiare normalmente, legarsi le scarpe, scrivere al pc, mettere lo zucchero nel caffè e girarlo. Prendere la borsa e indossarla sulla spalla, portare una valigia. Fare quello che tutti facciamo senza rendercene conto.
Fermiamoci un attimo a pensare e proviamo a percepire ogni singolo movimento delle nostre mani.
«È bellissima», sorride, e sorride, e sorride, Cinzia D’Amicis nel laboratorio di Pontedera in viale Piaggio in cui Benedetta Porru, referente per il prodotto e “cinghia di trasmissione” tra i pazienti e le ortopedie, Nicola Motzo, progettista elettronico, e Francesco Clemente, amministratore delegato di Prensilia, le fanno provare la mano mettendo a punto tutta una serie di “mosse”.
Il programma gestisce la potenza, la precisione, il movimento: un complicato equilibrio grazie al quale chi indossa la protesi potrà fare, con naturalezza, quasi tutto. Cinzia sta utilizzando una protesi simile a un pinza che la limita moltissimo, l’unica fornita dal Servizio sanitario nazionale. È una protesi del 1990 perché tra la ricerca e le protesi che vengono fornite c’è un mondo. Una distanza inaccettabile.
Per lei permettersi una mano bionica sarebbe stato impossibile. Ne avrebbe avuto diritto, avrebbe potuto avere una partecipazione alla spesa dell’Asl ma in tre anni non era ancora riuscita ad arrivare a una soluzione.
Tra l’altro, negli anni, una serie di movimenti scorretti, dovuti alla disabilità, l’avevano portata a un intervento anche alla colonna vertebrale rendendola ancora più “bloccata” nei movimenti.
«Ognuno di noi, in assenza di un arto, si adatta per cercare di fare delle cose ma questo inevitabilmente determina un disequilibrio delle postura. A me di fatto hanno “inchiodato” la schiena e questo ha reso ancora più difficile fare delle cose del quotidiano. La mia qualità della vita è peggiorata: se al supermercato mi cade qualcosa, ad esempio, non sono in grado di raccoglierlo», racconta D’Amicis.
«Il primo prototipo – spiega Benedetta Porru – è stato realizzato nel 2020. Mia si distingue dalle altre mani bioniche in commercio per la completa personalizzazione. Ha avuto un premio molto prestigioso proprio per il design, il Red Dot: si può scegliere qualsiasi cosa anche il colore dei polpastrelli. E soprattutto ha l’aspetto di una mano a riposo, rilassata. È molto accettata dai pazienti».
Ma non solo. Tra i premi ricevuti c’è anche il Compasso d’oro, il più autorevole premio di design, nato da un’idea di Gio Ponti.
Mia Hand ha la possibilità di eseguire fino a cinque prese diverse, con le quali riesce a effettuare sette dei dieci gesti utilizzati nell’80% delle azioni di vita quotidiana. È molto veloce e silenziosa. «Come movimenti riesce a restituire l’indipendenza», aggiunge Porru. «Ha presa di potenza, precisione e laterale. Con un’app installata sul cellulare del paziente inoltre è possibile anche fare piccole modifiche per consentire un utilizzo sempre più personalizzato e costante».
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