Il Tirreno

Toscana

L’inchiesta

Assalto al portavalori a San Vincenzo, tre milioni di euro rubati. Chiuse le indagini: i soldi sono spariti

di Federico Lazzotti
L’assalto lungo la Variante; uno dei blindati; una delle auto usate nella rapina
L’assalto lungo la Variante; uno dei blindati; una delle auto usate nella rapina

Durante il colpo sono stati utilizzati armi da guerra e un potente esplosivo. I presunti responsabili in carcere da maggio. Sono undici le persone indagate: ecco le accuse

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LIVORNO. Di quello che è successo prima e durante l’assalto ai portavalori, avvenuto il 28 marzo scorso lungo la Variante Aurelia, tra gli svincoli di San Vincenzo nord e San Vincenzo sud, nel cuore della Toscana, sappiamo praticamente tutto. Come e dove i presunti banditi si sono procurati i mezzi per compiere l’assalto, in quali anfratti delle colline tra le province di Livorno e Pisa molti di questi veicoli sono stati nascosti per mesi grazie alla collaborazione di un basista, gli spostamenti dei singoli componenti del gruppo criminale tra la Sardegna e il Continente per pianificare nei minimi dettagli il colpo.

E soprattutto la potenza di fuoco utilizzata: armi (kalashnikov, fucili e pistole semiautomatiche) ed esplosivo (il cosiddetto C-4, una potente miscela capace di far saltare anche i blindati). C’è però una zona d’ombra dove la luce delle indagini della Procura di Livorno non è riuscita a penetrare. È quella immediatamente successiva alle fiamme lungo la strada, alle banconote che volano, alle esplosioni e agli spari, e alla frase: «Tutti siamo? Ajo! Andiamo», che ha indirizzato i carabinieri verso la pista sarda.

È dentro a quel buco, fatto anche di omertà e silenzi infiniti, che i banditi sono riusciti – fino ad oggi – a far sparire gli oltre tre milioni di euro rubati dai due furgoni blindati che poco prima dell’assalto erano partiti dalla sede di Cecina della Battistolli e diretti verso Grosseto.

Lunedì mattina, a distanza di quasi un anno dal colpo, la procura ha notificato agli undici soggetti arrestati due mesi dopo l’assalto e da allora reclusi tra i carceri di Cagliari, Sassari e Oristano, la chiusura delle indagini.

L’impostazione della pubblico ministero Ezia Mancusi che ha coordinato l’inchiesta dei carabinieri è rimasta la stessa che ha portato alle misure cautelari.

Gli indagati

Undici gli indagati: Alberto Mura (40 anni, residente a Ottana); Antonio Moni (55 anni, di Castelnuovo Valdicecina); Francesco Palmas (46 anni, di Jerzu); Francesco Rocca (47 anni, di Orotelli); Franco Piras (46 anni, di Bari Sardo); Giovanni Columbu (40 anni, di Ollolai); Marco Sulis (36 anni, di Villagrande Strisaili); Nicola Fois (34 anni, di Girasole); Renzo Cherchi (39 anni, di Irgoli); Salvatore Campus (51 anni, di Olzai) e Salvatore Giovanni Antonio Tilocca (46 anni, residente a Bottidda).

Sono tutti accusati di rapina aggravata dall’uso di armi (da guerra) e delle minacce nei confronti delle guardie giurate. Oltre che a vario titolo del furto e della ricettazione dei mezzi utilizzati per l’assalto. Due, oltre all’accento sardo registrato dai video dei passanti, gli indizi che dopo il colpo hanno portato gli inquirenti sulla pista giusta: i dispositivi Gps sulle auto usate dai banditi e un pizzino con due numeri di telefono trovato dai militari nelle vicinanze di un casolare nella zona di Castelnuovo ValdiCecina, dove abita quello che è considerato il basista.

È da questi due elementi che nell’operazione “Drago”, così è stata ribattezzata, si è potuti risalire ai presunti autori. Ora la palla passa agli avvocati che potranno chiedere alla Procura l’interrogatorio dei propri assistiti. Dopodiché si aprirà la strada del processo. Chissà che durante il viaggio non si faccia luce anche sul destino del bottino: tre milioni di euro e su come siano stati utilizzati.  
 

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