Stipendi, da giugno potrai sapere quanto guadagnano i tuoi colleghi in busta paga: basta una semplice richiesta
Se emergono differenze retributive ingiustificate, sarà l’azienda a dover motivare perché un dipendente percepisce meno della media. In caso di mancata risposta o spiegazioni insufficienti, potranno aprirsi procedure interne di contestazione e, se necessario, anche un contenzioso giudiziario
Tra pochi mesi in Italia entrerà in vigore un cambiamento significativo nelle relazioni tra lavoratori e aziende: sarà possibile chiedere al datore di lavoro qual è la retribuzione media delle persone che svolgono mansioni equivalenti. Il nuovo diritto discende dalla direttiva europea sulla trasparenza salariale, approvata nel 2023, che il governo dovrà recepire entro il 6 giugno. Entro quella data il ministero del Lavoro dovrà definire, tramite decreto, le modalità operative che renderanno effettive le nuove regole. Il principio riguarda l’intero mondo del lavoro dipendente, pubblico e privato. Se emergono differenze retributive ingiustificate, sarà l’azienda a dover motivare perché un dipendente percepisce meno della media. In caso di mancata risposta o spiegazioni insufficienti, potranno aprirsi procedure interne di contestazione e, se necessario, anche un contenzioso giudiziario. I passaggi concreti saranno stabiliti nei prossimi mesi dal ministero.
Cosa si potrà chiedere con le nuove norme
Uno degli articoli più rilevanti della direttiva è il numero 7, che introduce il diritto per ogni lavoratore di ottenere per iscritto informazioni sui livelli retributivi medi, distinti per genere, relativi a chi svolge lo stesso lavoro o attività di pari valore. La nozione di “retribuzione” comprende non solo lo stipendio base, ma anche benefit e componenti accessorie. Con una semplice richiesta sarà quindi possibile conoscere la media delle retribuzioni dei colleghi che ricoprono ruoli analoghi. Da queste informazioni potrebbero emergere differenze significative: un dipendente pagato meno dei colleghi, oppure un divario retributivo tra uomini e donne. In tali casi l’azienda dovrà fornire chiarimenti. Se i dati risultano incompleti o poco chiari, il lavoratore potrà chiedere ulteriori dettagli. La richiesta potrà essere presentata tramite i rappresentanti dei lavoratori o attraverso organismi dedicati alla parità di genere. Le modalità precise saranno definite dal decreto attuativo.
Tempi di risposta e obblighi informativi
La direttiva stabilisce già un vincolo preciso: le aziende dovranno rispondere entro un periodo definito come “ragionevole”, che comunque non potrà superare i due mesi dalla presentazione della domanda. Non sarà quindi possibile lasciare le richieste senza risposta. Inoltre, i datori di lavoro saranno obbligati a informare annualmente tutti i dipendenti dell’esistenza di questo diritto e delle modalità per esercitarlo.
Quando diventerà effettivo il nuovo diritto
Il nodo principale riguarda i tempi di attuazione. Il governo deve recepire la direttiva entro il 6 giugno e, se la scadenza sarà rispettata, il ministero del Lavoro emanerà un decreto legge che potrebbe però richiedere ulteriori provvedimenti successivi per definire aspetti tecnici e criteri applicativi. È possibile anche che venga previsto un periodo di transizione per permettere alle aziende di adeguarsi. Tra i punti più complessi c’è la definizione di “lavoro di pari valore”: non basta confrontare chi svolge la stessa mansione, ma occorre includere anche ruoli comparabili. Su questo aspetto sarà necessario un chiarimento, anche alla luce dei contratti collettivi già in vigore. Il ministero ha già avviato confronti con le associazioni datoriali.
Un diritto nuovo, ma non immediato
Sebbene la scadenza europea sia vicina, è probabile che servirà ancora tempo prima che i lavoratori possano accedere concretamente ai dati sulle retribuzioni dei colleghi. Ma la direzione è tracciata: la trasparenza salariale diventerà un diritto esigibile, destinato a incidere sulle dinamiche interne delle aziende e sulla riduzione dei divari retributivi.
