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L’intervista

Telefonini vietati a scuola, lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia: «Ok, ma per genitori e insegnanti ora la sfida è un'altra»

di Martina Trivigno

	Giuseppe Lavenia
Giuseppe Lavenia

L’esperto: «In Italia siamo arrivati tardi perché abbiamo delegato alla scuola quello che le famiglie non sono riuscite a fare». E indica cosa dovrebbero davvero fare genitori e docenti. L’importanza del Patentino digitale

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«Il punto non è demonizzare la tecnologia, è restituirle il suo posto. Uno smartphone può essere un ponte o una prigione, a seconda di come lo si usa. Oggi, però, stiamo consegnando ai nostri figli strumenti che noi stessi non sappiamo governare». Così Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta, docente universitario e presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze tecnologiche e Cyberbullismo.

Il ministro Giuseppe Valditara vieta i cellulari in classe anche alle superiori: è la strada giusta o un tentativo che arriva troppo tardi?

«Il divieto è la strada giusta, ma se resta da solo è una toppa su una falla molto più grande. In classe lo smartphone è un corpo estraneo: spezza la concentrazione, impedisce il silenzio, riduce l’insegnante a un rumore di fondo coperto dal richiamo delle notifiche. Toglierlo serve, perché restituisce spazio alla relazione educativa. Ma pensare che questo basti è un’illusione. Alla campanella i ragazzi tornano al telefono e con esso alle ore infinite di scroll, alle sfide virali, all’ansia da like».

Dovevamo pensarci prima?

«In Italia siamo arrivati tardi perché abbiamo delegato alla scuola quello che le famiglie non sono riuscite a fare. Un tempo era il genitore a dire: “A scuola non si porta” e non serviva nessuna legge. Oggi, invece, i ragazzi crescono senza limiti chiari e gli adulti oscillano tra permissivismo e impotenza. Per questo il divieto ministeriale è utile, ma non può essere la parola “fine”: deve diventare il primo passo verso un’educazione digitale strutturata, senza la quale restiamo al livello dei cerotti».

Alla luce di gruppi pericolosi come “Phica” o “Mia moglie” ritiene che abbiamo dato un “bazooka” nelle mani dei nostri giovani?

«Abbiamo messo in mano ai nostri figli un’arma che non sanno usare. Uno smartphone oggi è molto più di un telefono: è una telecamera sempre accesa, una cassa di risonanza globale, un archivio di immagini intime, uno strumento che può diffondere odio o pornografia con un click. A un adolescente mancano ancora i freni inibitori, la capacità di valutare le conseguenze, la tolleranza alla frustrazione. Eppure li abbiamo lasciati da soli dentro questo spazio sterminato, senza mappe e senza bussola. Gruppi come “Phica” o “Mia moglie” mostrano il lato oscuro del digitale».

Si spieghi meglio.

«Comunità tossiche che esistono perché manca un’educazione preventiva. La Francia ha scelto una via pragmatica: vietare prima dei 13 anni. Noi, invece, abbiamo regalato cellulari già alle elementari, con la scusa che “così siamo tranquilli”. In realtà non siamo stati capaci di dire “no” al momento giusto. E questo “bazooka” nelle mani dei ragazzi lo abbiamo caricato noi, con la nostra complicità silenziosa».

Quale effetto si aspetta che produca il divieto dei cellulari in classe sui i nostri studenti?

«Nel breve termine porterà benefici: più attenzione, più interazione faccia a faccia, più silenzio che permette di pensare. Ma non facciamoci illusioni: il problema non è solo nelle ore di scuola. È quando i ragazzi tornano a casa, chiudono la porta della loro stanza e si rituffano per ore nel flusso digitale. Se il divieto non viene accompagnato da un Patentino Digitale obbligatorio, rischia di trasformarsi in un atto formale che protegge i docenti ma non educa gli studenti. È come spegnere il fuoco in una stanza e lasciare che bruci nel resto della casa».

Serve una “disintossicazione” per i nostri giovani?

«Serve eccome, e deve coinvolgere tutti. Perché i ragazzi non imparano dalle regole, ma dall’esempio. La sfida non è solo togliere un cellulare, ma accendere gli adulti: padri, madri, insegnanti che abbiano il coraggio di dire “no” e la coerenza di farlo vivere ogni giorno. Perché i ragazzi non hanno bisogno di guardiani di telefoni, ma di adulti che insegnino, con l’esempio, come si sta al mondo».

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