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Cellulari vietati anche alle superiori: regole e sanzioni decise dagli istituti. Cosa cambia in Toscana (e non solo)

di Martina Trivigno
(foto di repertorio)
(foto di repertorio)

La provveditrice sottolinea: «Una scelta giusta». Il preside però puntualizza: «Ma così l’iperconnessione non è risolta»

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Niente più messaggi su Whatsapp, addio storie su Instagram per non parlare poi dei video su Tik Tok. È iniziato il conto alla rovescia verso il suono della prima campanella (il 15 settembre) e quest’anno ad attendere i circa 160mila studenti toscani delle scuole superiori c’è una rivoluzione: stop all’uso degli smartphone in classe.

La circolare

Il divieto di utilizzo del telefono cellulare durante lo svolgimento dell’attività didattica arriva dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che sul tema è stato inflessibile: «Non si porta il cellulare a scuola». Così ha firmato una circolare che di fatto estende una regola già in vigore per l’infanzia, la primaria e la secondaria di primo grado e l’ha poi inviata ai dirigenti degli istituti scolastici secondari di secondo grado e ai coordinatori didattici delle scuole paritarie del secondo ciclo d’istruzione. «Tale intervento appare ormai improcrastinabile alla luce degli effetti negativi, ampiamente dimostrati dalla ricerca scientifica, che un uso eccessivo o non corretto dello smartphone può produrre sulla salute e il benessere degli adolescenti e sulle loro prestazioni scolastiche – si legge nel provvedimento – . Sull’argomento sono sempre più numerosi gli studi, così come risulta una sempre maggiore attenzione da parte degli organismi internazionali e delle istituzioni sanitarie sulla necessità di adottare politiche in grado di contrastare i preoccupanti fenomeni che queste ricerche mettono in luce».

L’autonomia degli istituti

Ma in concreto come si applica il provvedimento? Su questo aspetto il ministro passa la palla alle scuole superiori sottolineando che «le istituzioni scolastiche provvederanno ad aggiornare i propri regolamenti e il patto di corresponsabilità educativa, prevedendo per gli studenti del secondo ciclo di istruzione il divieto di utilizzo dello smartphone durante l’orario scolastico anche a fini didattici, nonché specifiche sanzioni disciplinari per coloro che dovessero contravvenire a tale divieto». In altre parole, direttive precise non ce ne sono e la circolare non prevede (e neppure precisa) se, ad esempio, i cellulari siano requisiti prima dell’ingresso in classe o se siano chiusi in scatole “comuni”. In compenso si limita a sottolineare che «è rimessa all’autonomia scolastica l’individuazione delle misure organizzative atte ad assicurare il rispetto del divieto in questione». Quindi ogni scuola superiore agirà in autonomia sia nell’organizzazione che sul fronte delle sanzioni da comminare agli studenti che violino le regole.

L’organizzazione

«Fin da questi primi giorni di settembre – spiega Cristina Grieco, provveditrice agli studi della provincia di Livorno e già assessora regionale all’Istruzione e presidente di Indire, ente di ricerca del ministero dell’Istruzione – gli istituti superiori si adopereranno per applicare la nuova normativa, ognuno nella propria autonomia. È giusto il divieto, ma il dibattito scientifico resta aperto: il divieto da solo non basta, ma deve essere accompagnato da un’azione educativa importante. Per questo le scuole dovranno affrontare il problema anche attraverso corsi di formazione appositi riservati ai docenti».

«È solo un palliativo»

Ma per Alessandro Artini, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp) della Toscana, il nuovo provvedimento è un palliativo che «non risolve il problema dell’iperconnessione dei giovani».

«È legittimo vietare l’uso del cellulare in classe fino ai 14 anni, anzi è doveroso – conclude Artini – ma da quell’età in poi la questione deve essere discussa attentamente. Ammesso anche che si riesca davvero a vietare agli adolescenti di portare il telefono in classe, visto che alcuni di loro ne hanno più di uno, il punto di fondo è l’uso educativo dello smartphone. Non si può vivere con il terrore dell’intelligenza artificiale, pensando che sia una scorciatoia per scrivere un tema o risolvere le equazioni, ma bisogna insegnare ai nostri ragazzi a familiarizzarci facendone un uso critico. E questo non lo si fa certo imponendo un divieto».

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