Il Tirreno

Cultura

Il pane e la guerra, un paese dentro la Storia nel romanzo di Buffa

di Libero Red Dolce
Il pane e la guerra, un paese dentro la Storia nel romanzo di Buffa

Una narrazione corale che racconta il conflitto dal basso, attraverso la vita quotidiana di una piccola comunità

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All’inizio di Il pane non può aspettare (Neri Pozza), romanzo storico di Pier Vittorio Buffa, non c’è la guerra. C’è un prato, il pane con l’uva diviso con cura, sette ragazzi che rotolano sull’erba sotto il Monte Nudo. È il settembre del 1938. La Storia, per ora, resta fuori campo. Buffa la tiene ai margini, come se volesse mostrare che ogni frattura nasce dentro un tempo che si crede stabile.

Quando arriva l’8 settembre 1943 non è un’esplosione ma un brusìo. La parola “finita” corre tra le case, si accende in piazza, si incrina subito nel dubbio. Nessuno sa davvero cosa accadrà. La guerra entra dal basso: dalla panetteria, dalla sacrestia, dai sentieri che portano verso Cavona. È una guerra che si misura nei gesti minimi — nel pane impastato ogni notte, nella bottega che apre alle sette in punto — mentre lo Stato vacilla e l’esercito si dissolve.

Il romanzo è corale. Le voci si alternano senza gerarchie: il forno di Innocenta, la prudenza di Appiano, l’inquietudine del curato, le paure delle madri. La comunità è un organismo fragile, attraversato da sospetti e da atti di coraggio silenziosi. In questo tessuto si muovono anche Aristide e Dolores, che si scoprono innamorati mentre attorno tutto si incrina. Quando assistono al bombardamento sul San Martino, la guerra non è un concetto ma un bagliore nel cielo, un tremore nel paesaggio che fino a un attimo prima pareva immutabile. La vedono insieme, come due ragazzi che stanno imparando a chiamare le cose per nome, e nelle stesse pagine s’intrecciano e si dispiegano, in un apparente ossimoro che forse oggi fatichiamo a capire, la storia di un massacro e quella di un amore che nasce. È in quello sguardo condiviso che la Storia smette di essere racconto e diventa esperienza: qualcosa che impiglia anche chi vorrebbe restarne fuori.

Il centro morale non è un gesto eroico ma un patto. Appiano e Innocenta decidono di ascoltare, di capire, di non nascondersi nulla. La Resistenza nasce così, prima delle armi: come responsabilità reciproca, come scelta di non mentire a sé stessi e agli altri. Il pane, che non può aspettare, diventa misura di questa continuità: mentre il mondo si sfalda, resta l’urgenza di nutrire e di custodire legami.

In questa attenzione alla provincia attraversata dalla Storia si può avvertire una lontana consonanza con Beppe Fenoglio per il paesaggio morale che precede l’azione, e con Mario Rigoni Stern per l’idea di comunità che si salva solo restando tale. Ma Buffa non cerca l’epica: resta fedele a una prosa di nitida semplicità, quasi entografica, che affida alla coralità il compito di farsi giudizio.

Il risultato è un romanzo che non alza la voce. Racconta come la grande Storia entri nelle case attraverso una porta socchiusa, e come la libertà cominci da un gesto minimo. Nei tempi in cui tutto sembra sospeso, ciò che non può aspettare non è soltanto il pane, ma la scelta di restare umani insieme.

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