«Senza orchestra non c’è direttore»: il caso Venezi alla Fenice e il problema di democrazia
La musicologa Casadei e il caso scoppiato al teatro La Fenice: «I grandi direttori di destra non sono mancati ma il problema qui è stato l’imposizione autoritaria all’orchestra»
La nomina della lucchese Beatrice Venezi alla direzione dell’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia ha acceso un acceso dibattito pubblico, culminato nello sciopero degli orchestrali contro una scelta percepita come calata dall’alto. La polemica si è rapidamente polarizzata: da un lato le critiche sul curriculum e sulle sponsorizzazioni d’area governativa, dall’altro la difesa della direttrice come bersaglio di un pregiudizio politico e di genere. Di recente Venezi ha diretto la “Carmen” di Bizet a Pisa e le polemiche sono arrivate anche su quel palco, con alcuni dipendenti del teatro Verdi che hanno indossato delle spillette di protesta.
Sono però rimaste sullo sfondo le grandi questioni, dei rimossi: la democrazia nelle orchestre, i pregiudizi e la misoginia nel mondo della musica e la scomparsa del ruolo della critica. Ne abbiamo parlato con Delia Casadei, musicologa pisana, che ha avuto una cattedra in Storia della musica del novecento all'Università della California, Berkeley, dal 2017 al 2023.
Che cosa è stato tralasciato in questo dibattito? Forse si è molto parlato della questione politica e poco delle competenze di Venezi?
«Sono stati posti degli aut-aut e questo impoverisce la qualità del discorso. Nel caso di Venezi c’è stata un’attenzione troppo superficiale a quelle che sono le sue competenze in quanto direttrice d’orchestra. Tutti hanno scandagliato il suo curriculum, ma ci sono state poche osservazioni sulle sue doti di musicista. Pochi tentativi e troppo poco convinti. Mentre la critica ha il dovere di farlo».
Lei invece ha ascoltato le sue incisioni.
«È evidente che Venezi non è un incompetente: i due album incisi a suo nome sono registrazioni con un bel sound. Sul missaggio avrei da ridire, ma sono scelte estetiche. Molti hanno osservato che sono molto rigide sui tempi. Non ci sono momenti in cui c’è un vero abbandono al lirismo, un allentare la frase. Questo è vero. È stata definita una direzione “legnosa”. Io questo non mi sento di dirlo ancora. C’è troppo poco materiale per capire se sia una scelta estetica o se si tratti di una fase del suo sviluppo come artista».
A bruciapelo: Venezi è pronta per un teatro come la Fenice ?
«Posso dare la mia opinione personale ed è no. Deve lavorare con altre orchestre, anche a lungo termine, per dimostrare qual è il suo stile di direzione. Lei è stata anche positivamente recensita, anche se non con quel consenso a livello globale che qualcuno vuole far credere. Ma il punto non è quello che penso io».
E qual è?
Quello che pensano gli orchestrali. La relazione politica tra il direttore d’orchestra e chi suona. L’orchestra è un corpo politico, lo è sempre stato. Il lavoro che svolge va oltre la semplice somma delle parti e la relazione con il direttore d’orchestra è molto delicata. Non può essere una semplice gerarchia. Una questione importante che dovrebbe meglio essere regolata dai sindacati».
Nel caso specifico?
«Venezi è stata imposta agli orchestrali dal direttore artistico senza che gli orchestrali venissero consultati. Nelle orchestre di tutto il mondo c’è un processo d’inserimento, con concerti di prova, riunioni e consultazioni. Deve essere per forza una decisione collettiva perché senza orchestra non c’è direttore. La mancanza di questa consultazione a Venezia è un fatto gravissimo, come hanno detto anche il maestro Fabio Luisi e la maestra Gianna Fratta. Ribadisco il problema: manca un iter ufficiale di consultazione dell’orchestra, che possa tutelarli da casi come questo. Se Venezi è pronta per la Fenice lo devono dire gli orchestrali».
C’è chi sostiene che contro Venezi ci sia un doppio pregiudizio: misogino e politico.
«Sul pregiudizio politico direi: può anche darsi. I grandi direttori di destra, addirittura complici di regimi autoritari, non sono mancati nella storia della musica. Penso a Wilhelm Furtwängler e il regime nazista o di recente a Valery Gergiev, vicino a Putin. È più che possibile che un bravo direttore sia di destra, ma la questione mi pare mal posta. La questione è politica, ma ha a che fare con una cosa di destra che è stata fatta alla Fenice, cioè l’imposizione autoritaria di un direttore d’orchestra che non è stato scelto curandosi dello sviluppo artistico dell’orchestra, perché altrimenti sarebbero stati consultati i musicisti. È un indice di una svolta autoritaria generale, nella cultura, che è molto preoccupante».
A memoria però è difficile trovare un caso di un direttore d’orchestra uomo “vivisezionato” come Venezi.
«L’ambito culturale, e in particolare della musica classica, in Italia risente della misoginia, come anche di classismo e mancanza di diversità etnica. Ci si è permessi di parlare di Venezi con toni paternalistici e incentrati sul suo aspetto fisico, una cosa inaccettabile che con un direttore uomo non sarebbe mai successa. Mi preoccupa che si usi la questione della misoginia, da destra, in modo da far pensare che se questa non ci fosse saremmo in un mondo meritocratico. Non è così. La questione è: perché molte “mediocrità” maschili in posizioni analoghe le tolleriamo? Penso ad Alfonso Signorini come regista d’opera. Le produzioni Pucciniane di Torre del Lago degli ultimi tempi sono quasi tutte sue. Non è certo il miglior regista d’opera in circolazione, neanche tra i migliori. Non è un incompetente, ma non è certo lì per una questione meritocratica. Eppure questa cosa succede da anni e nessuno ha battuto ciglio.
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