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Tennis: l'intervista

Binaghi al Tirreno: «Il tennis educa, il calcio bluffa. Sinner non è un calciatore viziato, Malagò? Speriamo non faccia come con il bilancio del Coni...»

di Federico Lazzotti

	Angelo Binaghi e Jannik Sinner 
Angelo Binaghi e Jannik Sinner 

Il presidente della Fitp e il bilancio dopo Wimbledon: «Il Paese ci segua per dare decenni di continuità a questo momento magico»

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Angelo Binaghi, numero uno del tennis tricolore, è all’aeroporto di Londra-Gatwick in attesa di salire sul volo che lo riporterà in Italia: l’umore è da primi dieci al mondo, tanto da guardare al futuro con fiducia e mettere a segno, tra uno scambio e l’altro, anche qualche passante sul sistema calcio e sul nuovo presidente della Figc Giovanni Malagò. «Che cosa porto in valigia? Intanto la Coppa di Wimbledon vinta da Sinner, ma anche tante sensazioni positive che riguardano gli altri nostri giocatori. In queste due settimane sono arrivati ottimi segnali da Cobolli, Sonego, Berrettini, Grant e Paolini. Noi (italiani ndr) – prosegue – giochiamo sempre due tornei separati. Uno con grandi successi e ottime prestazioni. E poi c’è il torneo di Sinner che è una cosa a parte. Ma devo ammettere che vanno bene entrambi». E in effetti il movimento ha il vento in poppa: un top player su cinque nel maschile è italiano, mentre in quello femminile proprio Tyra Grant è considerata una possibile stella di domani.

Presidente, ha parlato con Sinner dopo la vittoria a Wimbledon?

«Certo, quando ci siamo visti mi ha salutato dicendo: “C’è il capo”. Gli ho risposto: “Il capo sei tu, io sono solo un tifoso”. Poi ci siamo detti che avevamo avuto ragione nel commentare dopo Parigi (la sconfitta con Cerundolo dopo un cortocircuito fisico ndr) che lui sarebbe tornato più forte di prima. E così è stato».

Ha chiesto a Sinner se parteciperà alle finali di Coppa Davis per andare a caccia del terzo successo consecutivo?

«Non abbiamo discusso di nulla, è prematuro. Ora Jannik si goda questa soddisfazione e si dedichi agli affetti più intimi. Quelli sacrificati per preparare e giocare Wimbledon».

Tornando alla partita vinta con Zverev, se dovesse scegliere un talento di Sinner, quale sceglierebbe?

«Secondo me i talenti di Jannik sono almeno due. Innanzitutto la forza mentale: in lui non c’è mai un attimo di scoramento. Perfino quando giochi contro il numero 2 al mondo che serve a 230 all’ora con l’85% di prime palle. La seconda è l’organizzazione, che rivela un livello altissimo di professionalità. Nulla è lasciato al caso. E questo è un elemento importante perché traccia la strada ai nostri ragazzi per migliorare e diventare più forti. Avere Sinner come esempio di riferimento è un vantaggio enorme».

Gli allenatori di Sinner, Cahill e Vagnozzi, hanno detto che la vera sfida è saperlo gestire al meglio per farlo durare più a lungo. È d’accordo?

«È proprio così, condivido a pieno. Collegata a questo c’è la salute. Tutto il resto sono dettagli».

Lo abbiamo visto sia Roma che a Parigi. A Londra anche di più. Il tennis sta diventando sempre di più glamour. Domenica il Centre Court sembrava Hollywood…

«Il tennis sta diventando sempre più popolare e quindi trascina la passione di tutte le fasce sociali, compresi i personaggi famosi. Dopodiché, questi ragazzi, soprattutto i nostri, lo stanno facendo diventare uno spettacolo educativo. Diciamo che c’è un bel contrasto tra i comportamenti di Sinner o Paolini e le mitiche imprese di qualche calciatore viziato...».

Sta dando una bastonata al sistema calcio?

«Lo penso veramente, mi sembra evidente che nel tennis, al contrario del calcio, non ci siano all’ordine del giorno simulazioni ed espulsioni, bensì atteggiamenti contrari. Guardate Sinner cosa ha fatto quando Zverev è caduto: è andato dall’altra parte del campo per accertarsi che non si fosse fatto male. Un gesto che dimostra una volta ancora il rispetto per l’avversario. E non ci sono, nel nostro sport, società con bilanci fuori regola o tifoserie violenti. C’è un sistema sano, fatto di bravi ragazzi con famiglie stupende alle spalle, gente che vuole migliorare e non imbrogliare. Questo, oggi nel tennis, è il valore più importante».

Una bella gatta da pelare per il nuovo presidente della Figc Malagò...

«Ho letto che pensa che gli possano servire sei anni: forse al calcio potrebbe quindi andare meglio rispetto al Coni che dopo dodici anni ha lasciato con un bilancio pari a un quarto di quello che aveva trovato. Speriamo bene».

Il tennis italiano, invece, sta vivendo il suo magic moment. Qual è il suo sogno? Il suo obiettivo?

«Ne abbiamo, non si preoccupi. Dobbiamo cercare di rendere duraturo il più possibile questo momento di grandi risultati. Dall’altra dobbiamo fare in modo che il nostro Paese, oltre a farci i complimenti, ci segua. L’obiettivo è una legacy (un’eredità ndr) più forte e importante per un periodo più lungo, mi auguro per decenni. Dei complimenti non ce ne facciamo nulla. Servono azioni per capitalizzare quello che abbiamo costruito».

Un tassello può essere portare il quinto Slam in Italia?

«Vale la pena applicarsi e studiarne la possibilità».

Senta, parlando di futuro: due giovani su cui puntare?

«Direi che Grant e Cinà sono quelli più vicini alla generazione precedente».

Un’ultima cosa. Tutto pronto per le Nitto Atp Finals di Torino?

«Ancora no. Dobbiamo qualificare almeno quattro giocatori italiani alle Finals: Sinner, Cobolli, e il doppio Vavassori -Bolelli. E ne vogliamo quattro a pieno diritto, non come lo scorso anno quando Musetti è stato ripescato per il forfait di Djokovic. E fino a che non ci riusciremo non saremo contenti».

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