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Prato, la “buona entrata” non è estorsione: assolti i proprietari immobiliari

di Redazione Prato
Prato, la “buona entrata” non è estorsione: assolti i proprietari immobiliari

Il secondo processo nato dalle denunce degli imprenditori cinesi si è risolto come il primo. Assolti anche due agenti immobiliari

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PRATO. Nessuna estorsione, ma solo una contrattazione: così il Gup Camilla Tesi ha assolto gli immobiliaristi Enrico Gatti e Alessandra Ducci, difesi dall’avvocato Manuele Ciappi. Il fatto non sussiste, come era già successo in passato, quando i due erano stati denunciati da un’imprenditrice cinese che dichiarò di aver versato 400mila euro prima della stipula del contratto. Anche in quell’occasione infatti i due andarono assolti.

Questa volta la solita accusa, quella della cosiddetta “buona entrata” (cioè la richiesta di pagamenti in contanti e in nero per dare in affitto i capannoni industriali del Macrolotto agli imprenditori cinesi) era contenuta in una serie di denunce presentate da altri imprenditori orientali. L’accusa chiedeva per i due immobiliaristi una condanna a tre anni, ma il più gravoso dei capi di imputazione (quello di estorsione appunto), non è stato riconosciuto dal giudice per le udienze preliminari. Esclusa l’accusa più grave, i due immobiliaristi sono stati però condannati a 8 mesi per il reato di evasione fiscale (in quanto non avrebbero dichiarato quegli introiti), nonostante il versamento di 2 milioni di euro di tasse non pagate all’Agenzia delle entrate per i contratti al centro del nuovo e del vecchio processo.

Chi invece esce di scena, completamente assolti, sono i due agenti immobiliari finiti nella vicenda, Lorenzo Gentili (che era stato coinvolto – e assolto – anche nel primo processo, e per il quale l’accusa aveva chiesto 2 anni e 10 mesi) e Gianmarco Rosati (per il quale erano stati chiesti 2 anni e 3 mesi). Entrambi chiamati a rispondere del reato di estorsione (che come visto non è stato rilevato), assistiti dall’avvocato Giovanni Renna, hanno dichiarato la loro soddisfazione per l’esito dell’udienza, dichiarandosi sollevati della pronuncia di assoluzione che rappresenta, almeno per il momento, la fine di un incubo che gli ha sconvolto vita, lavoro e relazioni. 

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