Il Tirreno

Pontedera

L’operazione

In Toscana gli “orchi” della rapina in villa: torture, minacce col bisturi e cadaveri mummificati – Chi sono e cosa è stato scoperto

di Lorenzo Carducci

	I carabinieri durante gli arresti 
I carabinieri durante gli arresti 

Le indagini hanno ricostruito un’azione criminale pianificata nei dettagli, con una banda capace di muoversi tra regioni diverse, depistaggi, documenti falsi e un reticolo di appoggi che ha impegnato per mesi gli investigatori fino agli arresti

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PONTEDERA. Una rapina “in trasferta” di oltre 300 chilometri, dalla provincia di Pisa a quella di Vicenza, precisamente nel comune di Malo, dove la notte tra l'11 e il 12 marzo del 2025 fecero irruzione nella villa di una coppia di coniugi e, torturandoli, li costrinsero a farsi consegnare le chiavi delle cassaforti per poi fuggire con un bottino non inferiore ai 50mila euro, tra gioielli, orologi di lusso e pietre preziose. Dopo più di un anno di indagini, gli inquirenti veneti sono riusciti ad assicurare alla giustizia i presunti autori della brutale rapina, arrestati all’alba di giovedì 21 maggio in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dall’autorità giudiziaria vicentina. Dei quattro uomini portati in carcere, tre sono “pisani”. Si tratta di giovani di etnia sinti, 30, 29 e 25 anni, tutti con precedenti penali, nati in Italia e appartenenti alle comunità nomadi di Gello e Coltano, dove giovedì 21 maggio sono stati scovati dai carabinieri del comando provinciale di Pisa e portati nel carcere don Bosco, con l’accusa di rapina pluriaggravata e furto in concorso. In carcere (a Vicenza) anche il quarto complice, un 41enne residente a Torrebelvicino, che ha agito da "basista" sul territorio, fornendo supporto logistico e un rifugio sicuro alla banda prima e dopo il colpo, mettendosi anche alla guida dell'auto utilizzata. L’operazione  ha visto l'impiego di oltre cento carabinieri dei comandi provinciali di Pisa e Vicenza, supportati da due squadre delle aliquote di primo intervento, dalle squadre operative di supporto e da unità cinofile.

Il piano e le indagini

Quella sera, l'incubo per la coppia di coniugi era cominciato alle 23,40, quando i quattro uomini, vestiti di nero e con il passamontagna, erano entrati nella villa cogliendo di sorpresa il proprietario mentre faceva uscire il cane in giardino. Le vittime erano state brutalmente immobilizzate e legate ai polsi e alle caviglie con fili del telefono e lacci di scarpe. Il marito venne torturato con getti d’acqua gelata, mentre sotto la minaccia di un bisturi puntato al volto della donna, i rapinatori ottennero le chiavi delle casseforti e da lì partì la razzia di beni di lusso, tra cui orologi dei marchi Piaget, Baume & Mercier e Longines. Le indagini, condotte dai carabinieri di Vicenza e Schio, hanno svelato un piano criminale meticolosamente architettato. Il commando, partito dal Pisano, si è mosso a bordo di un'auto DR5 noleggiata all’aeroporto di Pisa con patenti e documenti serbi contraffatti, intestati a un inesistente "Elia Simic", con la foto di un soggetto all'epoca latitante. Per eludere i controlli, il gruppo ha comunicato esclusivamente tramite schede telefoniche "dedicate", intestate a prestanome stranieri. Una volta giunti nel Vicentino, i criminali hanno asportato le targhe da un'auto in sosta a Schio apponendole al veicolo a noleggio, poi hanno raggiunto l'obiettivo. L'incrocio tra i dati dei sistemi di videosorveglianza stradale, i tracciati gps satellitari della vettura e l'analisi delle celle telefoniche ha permesso agli inquirenti di ricostruire l'esatto percorso compiuto dalla banda. La svolta scientifica è arrivata grazie al Ris di Parma, che attraverso riscontri tecnici è riuscito a identificare le impronte digitali lasciate da due dei trasfertisti pisani sulla scena del crimine.

Il retroscena

Nel corso delle indagini sulla rapina di Malo, i carabinieri hanno inoltre scoperto un inquietante retroscena. Due degli indagati, insieme ad altri due complici toscani, la sera del 18 marzo 2025 – una settimana dopo la rapina – si erano introdotti, violando i sigilli giudiziari, nella villa di Montericco (Verona) in cui tre giorni prima erano stati trovati i cadaveri mummificati dei coniugi settantenni Marco Steffenoni e Maria Teresa Nizzola. Quella sera, l'allarme lanciato da alcuni cittadini aveva provocato il pronto intervento delle forze dell’ordine, costringendo gli intrusi – lì probabilmente per trafugare eventuali oggetti di valore – a fuggire a piedi e ad abbandonare sul posto sia gli attrezzi da scasso sia l'auto di proprietà del padre di uno degli indagati, che per precostituirsi un alibi ne aveva denunciato il furto al 112 quella sera stessa. Anche in quell’occasione, dopo essersi nascosti in zona, i fuggitivi avevano contattato il basista di Torrebelvicino, partito nella notte alla volta di Verona per recuperarli e ospitarli a casa sua, in attesa che un'auto "di staffetta" arrivasse dalla Toscana per riportarli a Pisa. Sebbene nella villa di Verona siano stati trovati chiari segni di rovistamento rispetto al sopralluogo giudiziario di pochi giorni prima, ad oggi non è stato possibile stabilire se siano stati effettivamente rubati dei preziosi. In ogni caso quest’accusa, per i due sinti coinvolti, si somma a quella per rapina per cui si trovano in carcere da giovedì 21 maggio. 

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