Popiglio, il paese che resiste: il silenzio dei boschi, porte aperte e un dolce "floreale" che profuma di miele
Terza tappa del tour del Tirreno oragnizzato in occasione degli 80 anni di Vespa. Tra le strade del borgo sulla montagna pistoiese insieme agli abitanti: «Viviamo da generazioni qui e siamo affezionati a questi luoghi»
SAN MARCELLO PITEGLIO. Per qualcuno è difficile da superare, per molti popiglianesi è la normalità, i più audaci lo percorrono persino in bicicletta. Difficile non parlare del ponte sospeso mentre ci offrono il caffè, ospiti come nostro solito di abitanti del paese che ci aprono casa. Beviamo il caffè respirando aria buona, circondati dalla maestosità delle montagne. Sul ponte noi abbiamo trovato per lo più curiosi e turisti: qualcuno si ferma, altri passano e si fotografano per i social. Nella piazza centrale del borgo lo striscione “Dal Pacini non si scende”. Il Pacini è l’ospedale della montagna pistoiese che rischia di essere ulteriormente indebolito.Il borgo e il turismo
Dal borgo seguiamo le indicazioni per il ponte di Castruccio e così, dopo una passeggiata silenziosa nel bosco, ci appare la maestosa opera di ingegneria medievale perfettamente conservata e ci accoglie anche una (inaspettata) musica bella ritmata. Quelli che un tempo erano i palazzi delle dogane, prigioni comprese, oggi sono l’agriturismo delle Dogane dove ci accolgono due ragazzi sorridenti e festanti. «Siamo a fine servizio, ora ci rilassiamo un attimo», dicono. Sono Margherita Sabatini e Jeremy Baldassarri, detto Ciompones. «Siccome facevo casino da piccolo, il “mi’” babbo mi chiamava ciompones, come i ciompi che facevano le rivolte a Firenze».
Il dolce coi fiori
Apprezziamo l’afflato storico (ma in stile sudamericano!) che muove il soprannome e garantiamo a Jeremy che lo avremmo scritto nel pezzo, mentre Margherita ci racconta la storia di quei luoghi di dogana. «Avete presente la scena del fiorino di “Non ci resta che piangere?”. Qui avveniva qualcosa di simile». Arriva poi il titolare, Simone Ferrari, con una cesta piena di fiori. Ci guarda sorridente, ma giustamente non capisce se siamo clienti fuori orario o gente in cerca di indicazioni. Ci presentiamo e gli chiediamo dei fiori. «Sono fiori di acacia – spiega – pastella, frittura veloce, zucchero a velo e miele: un dolce a km zero dai boschi dell’Appennino toscano». Gli chiediamo se riesce a vivere tutto l’anno dell’attività montana, ci risponde con orgoglio: «Sono tre generazioni che la mia famiglia vive di queste terre. Il nonno “faceva” i fiori, i miei genitori vivevano di agricoltura e io ora seguo l’agriturismo».
Chi resta nonostante l'isolamento
Sentendo le chiacchiere, dall’altra parte del bosco si affaccia una signora. Chiaramente andiamo anche da lei. Gloria Sozzi vive nella casa di famiglia dal lato “lucchese” del ponte. «Mio nonno era mugnaio, aveva tre mulini, qui (indica la casa dove vive, nda) si macinavano la castagne». Anche lei ha deciso di rimanere a vivere nei luoghi di famiglia per tenerli vivi. «Perché ci sono troppo affezionata», dice. A Popiglio l’amore per la propria terra e “l’orgoglio montanino” battono lo spopolamento.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=90283c3)