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Pisa

Serie B

Il Pisa e la complessa transizione al calcio posizionale di mister Paolo Bianco

di Giuseppe Boi
L'allenatore del Pisa
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L'allenatore del Pisa

L’analisi: una “rivoluzione copernicana” che richiede sacrifici e tempo in una categoria che non concede passi falsi. Il cambiamento va oltre la difesa a tre o a quattro: è un modificare concetti e stili di gioco radicati

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PISA. Per cambiare serve tempo, ma di tempo nel calcio non ce ne è mai abbastanza. Così le transizioni, rivoluzioni o svolte, che dir si voglia, rappresentano un momento complesso per qualsiasi squadra. Nel pallone italiano, quest’anno, sta accadendo a due squadre in particolare: l’Atalanta in Serie A e il Pisa in serie B. Entrambe stanno cambiando pelle ben oltre il passaggio da una struttura difensiva a tre a una linea a quattro. Ben più complessa è la transizione in atto dal calcio relazionale a quello posizionale. Perché comporta assorbire e mettere in campo concetti nuovi, movimenti diversi dal passato, trovare un amalgama e quelli automatismi che fanno la differenza in partita.

E non è un caso che entrambe, nelle rispettive serie, navighino a metà classifica con tante piccole e grandi cose da sistemare e altrettante che lasciano intravedere opportunità e speranze. Perché il passaggio da un’idea di calcio a un’altra ha un peso e un costo, la cui reale sostenibilità lo dirà solo il resto della stagione.

Relazione?

Fatti i dovuti distinguo, Bianco sta affrontando gli stessi problemi di Sarri. Entrambi hanno preso in mano due squadre che storicamente giocano con la difesa a tre. Non solo: tutti e due propongono il calcio posizionale in contesti che, tradizionalmente, sono legati al calcio relazionale. E farlo significa introdurre una “rivoluzione copernicana”. Perché se nel posizionale sono, per l’appunto, le posizioni a definire il sistema, nel relazionale sono le connessioni a creare la struttura. I giocatori, dunque, alternano il movimento verso la palla all’inseguimento del riferimento individuale. Le famose “marcature” e i piazzamenti che variano in funzione delle connessioni con l’avversario tanto cari a Gian Piero Gasperini. Un’idea di calcio che a Pisa è stata accarezzata da D’Angelo e portata avanti tanto da Inzaghi, quanto da Gilardino (inutile citare anche Hiljemark, visto che allo svedese sembravano mancare anche le basi).

O posizione?

Di tutt’altra natura il calcio di Bianco e, per l’appunto, di Sarri. E se quest’ultimo è sicuramente più dogmatico, non è detto che alla lunga a pagare sia il maggiore pragmatismo del primo. Perché quando si passa dal bianco al nero, l’errore può stare tanto nell’imporlo sicter et simpliciter, quanto nel cercare le varie sfumature di grigio per arrivare pian piano al cambio di colore. E l’intensità del cambio è data dal fatto che nel calcio posizionale il focus tattico è l’occupazione dello spazio, non il rapporto con l’avversario. I giocatori occupano spazi fissi. Un’occupazione e dominio della zona assegnata che segue una precisa geometricità con due obiettivi: creare vantaggi nell’uno contro uno o superiorità numerica e principi di costruzione in difesa e rotazioni definite in attacco. Una svolta che obbliga il calciatore a cambiare mentalità – la cosa più difficile per qualsiasi persona in qualsiasi lavoro – a cui si aggiunge una gestione diversa della prestazione atletica in partita e della preparazione in allenamento.

L’impatto interno

Accade così che nel gruppo squadra possano emergere difficoltà, equivoci se non il rigetto. Solo l’intelligenza – calcistica e a tutto tondo – di Baresi lo ha portato a non rifiutarsi di studiare i movimenti di Gianluca Signorini e a non mandare a quel paese Arrigo Sacchi. Non tutti però sono come il mitico 6 del Milan dei record e di un’Italia che faceva sognare. Anzi, gran parte dei calciatori professionisti sono a dir poco restii a cambiare il loro stile di gioco. Non è un’opposizione ideologica o mentale, bensì un puro calcolo personale. Se sono “bravo” (le virgolette sono d’obbligo e autoironiche) a scrivere, perché dovrei mettermi in gioco con un microfono in mano al posto della penna? La stessa cosa vale per un calciatore. Se ho sempre giocato in un determinato modo perché espormi al rischio di errori che, inevitabilmente, comporta un cambiamento? Ancora: questi errori possono avere un peso sul mio futuro? Possono mettere a rischio la permanenza nel club? Possono influenza un rinnovo contrattuale o le possibilità di strappare un nuovo ingaggio, magari migliore, in un’altra squadra?

La vecchia guardia

Non a caso chi sembra “soffrire” di più la transizione – al Pisa come all’Atalanta – è la vecchia guardia, indipendentemente dall’età anagrafica. Impossibile sapere se sia dovuto o meno a un auto-protezione. Di certo per loro la sfida e doppia: tanto per il peso tecnico e nell’ambiente; quanto per la difficoltà di dover mettere in discussione l’esperienza accumulata in una carriera. Così accade che Marten de Roon, capitano storico della Dea, decida di cambiare aria e riabbracciare papà Gasperini. O che giocatori come Sead Kolašinac e Mario Pašaliç rischino di trovarsi più volte senza una maglia da titolare.

Fuoco amico

Monumenti a Bergamo, come a Pisa lo è Antonio Caracciolo. Capitano fondamentale nello spogliatoio, adorato dai tifosi, ma che a Mantova si incarta tra il mantenere la posizione e l’accorciare sull’avversario aprendo, di fatto, a Gliozzi la via del gol del vantaggio virgiliano. Rete su cui emergono le insicurezze di un altro “vecchio” come Simone Canestrelli, che ci mette quella frazione in più del dovuto a stringere sull’attaccante del Mantova. Altra situazione è quella di Samuele Angori, capace anche di rubare l’occhio quando si spinge in avanti, ma in perenne difficoltà dietro. Si limita a chiudere le linee di tiro, mette sempre dietro la schiena le mani – a dimostrazione di una grande insicurezza –, ma difficilmente lo vedi accorciare sull’avversario o, tanto meno, andare a contrasto. Il problema è che un’impostazione di questo tipo te la puoi, a volte, permettere se fai l’esterno a tutta fascia, non se sei schierato terzino sinistro in una difesa a quattro.

Gli effetti

Tralasciando elementi – sebbene fondamentali – come la velocità in campo, la rapidità di esecuzione e la prestanza atletica che rendono un calciatore più o meno adatto a un determinato compito, è evidente che ogni singolo giocatore debba affrontare una più o meno complessa fase di adattamento. Cosa tutt’altro che facile, come facile non è il rapporto con l’ambiente. Nell’ultima conferenza stampa pre-partita è emersa la questione della difesa a tre e il fatto che i giornalisti sono abituati «a vedere i vari Caracciolo, Canestrelli e Calabresi schierati in un altro modo». Così come il cambiamento genera un certo straniamento in una tifoseria abituata a un determinato tipo di approccio tattico.

La chiave

Il risultato è che i tifosi “bubbolano”. Ed è più che legittimo visto che chi è sugli spalti, o davanti a una tv, paga e valuta in base ai risultati e a quello che vede. Ma – ribadito che il calcio concede poco, pochissimo, tempo – è evidente che il focus della questione si sposta a San Piero a Grado e in via Gioberti. La chiave, è evidente, la hanno in primis Bianco e i suoi giocatori. A loro il compito di accorciare i tempi necessari per “digerire” il cambiamento. E, va chiarito, non c’è nessun elemento che lasci intravvedere difficoltà all’interno del gruppo. Alla società, invece, spetta il compito di difendere la scelta fatta la scorsa estate. Confermando la fiducia al mister – fino a ora mai mancata – e, nel caso, intervenendo nel mercato di gennaio. Un intervento che porrebbe rimedio a un mercato estivo più che interessante, ma che sta mostrando di aver lasciato alcune lacune. Limiti che saltano subito all’occhio in un campionato difficile come questa serie B.  

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