Incendio a Vicopisano, gli abitanti hanno paura: «Azienda vicina alle case, va trovata una soluzione»
L’emergenza passa ma i timori nella comunità di Lugnano restano. Nell'azienda era già scoppiato un incendio sei anni fa e nel rogo partito lunedì 8 giugno sono bruciate 2.500 tonnellate di plastica. A Uliveto ieri il giorno peggiore di tutti: «L’aria è irrespirabile»
VICOPISANO. L’incendio e l’emergenza finiscono, ma resta il problema. Quello di garantire una convivenza “sicura” tra un’azienda di recupero rifiuti plastici al secondo rogo in sei anni, e la comunità che abita intorno all’area industriale di Piana di Noce-Lugnano in cui è immerso lo stabilimento della Delca Energy. Una comunità che da quattro giorni respira le conseguenze dell’inferno che ha visto bruciare 2.500 tonnellate di plastica nel capannone di stoccaggio di via Masaccio.
Qui Lugnano
«Siamo preoccupatissimi, avendo delle attività qui a Lugnano ci stiamo confrontando su come agire nell’interesse generale di fronte a un disastro del genere». A dirlo sono Stefano Vallini e Luigi Cecchi, titolari rispettivamente del ristorante pizzeria D’Antonio e della farmacia Cambini, entrambi sulla provinciale Vicarese. È proprio qui che ieri mattina si sono ritrovati per fare il punto.
«Come attività al pubblico parliamo con tanti concittadini e da anni facciamo anche un po’ da portavoce, cercando un confronto con le istituzioni con spirito collaborativo e senza strumentalizzazioni – premette il dottor Cecchi – Quella che è accaduta è una probabile catastrofe ecologica: la presenza della Delca in un’area così vicina a Lugnano e agli altri centri abitati è un'anomalia. Negli anni abbiamo segnalato più volte cattivi odori e grazie al confronto portato avanti l’azienda ha effettuato interventi migliorativi. È evidente che non basta e dobbiamo proseguire su questo percorso». Intanto, in questi giorni la farmacia ha distribuito gratuitamente centinaia di mascherine, offrendo un primo scudo a clienti e residenti.
«Continueremo a darle, è il minimo che possiamo fare per aiutare le persone a difendersi dall’eventuale inalazione di sostanze pericolose» aggiunge Cecchi. «Noi non vogliamo che la Delca vada via da qui, sappiamo che dà da mangiare a dei nostri compaesani, vogliamo solo che si trovi un equilibrio, una convivenza, a vantaggio anche del territorio di Cascina più vicino a noi» aggiunge Vallini.
Qui Uliveto
Nella tarda mattinata di ieri, complice il vento, uno dei luoghi di massima esposizione ai fumi e all’odore di bruciato è stata la frazione di Uliveto. «Questo è il giorno peggiore di tutti, i miei familiari si sono chiusi in casa – dice Giorgia Bardelli, giovane del paese e figlia di un ex dipendente della Delca – Mio babbo lavorava lì fino a un anno fa. Quando ho visto il fumo lunedì mattina l’ho chiamato subito e lui è andato sul posto a vedere. Purtroppo è già la terza volta che succede: non solo nel 2020, ma ancora prima nel 2011». Colpiti dall’incendio e dalla situazione, Giorgia e altri ragazzi fanno parte di un comitato spontaneo che ha preparato un esposto per sollecitare accertamenti sulle cause dell’incendio ed eventuali responsabilità. «Solitamente ci occupiamo di organizzare feste in paese e momenti di aggregazione, ma vogliamo fare la nostra parte anche su questa vicenda» spiega Bardelli. Una cartina di tornasole di una sorta di “mobilitazione collettiva” che sta coinvolgendo sempre più membri della comunità vicarese e non solo. Anche per l’apprensione rispetto a ciò che si è respirato. «Le conseguenze le vedremo forse tra qualche anno» commenta una residente munita di mascherina. «Io il fumo nero l’ho beccato sia al lavoro a Pisa che a casa qui – racconta Ilaria Da Prato – Non porto la mascherina perché un medico mi ha detto che assorbe le microparticelle. In ogni caso la preoccupazione c’è anche perché ho una bimba piccola..».
«Oggi l’aria è irrespirabile, ho ripreso la scorta di mascherine che avevo dal Covid – commenta Alvaro Parri, residente da una vita a Uliveto – In tanti anni non ricordo un’emergenza del genere, anche se a quanto ho capito il peggio è passato». Vicino a lui c’è Stefano Barsotti, col Tirreno sotto braccio. «Aspetteremo i dati dell’Arpat, ma secondo me è stato un errore costruire quello stabilimento così vicino alle case».
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