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Pisa, si infetta in ospedale e muore: l’Aoup condannata a risarcire
L’uomo era stato contagiato dopo un intervento chirurgico. La sentenza si è basata sulla consulenza degli esperti nominati dal tribunale
PISA. Un’operazione delicata ma che si era conclusa senza problemi (apparenti) e con una dimissione. Nel giro di pochi giorni, però, la situazione sarebbe degenerata e per il paziente non ci sarebbe stato scampo: una tragedia che ha la sua causa in un’infezione contratta in ospedale (anzi, in quattro infezioni) e per la quale il Tribunale civile di Pisa ha condannato l’Aoup a risarcire i familiari della vittima.
Una vicenda dolorosa, che riporta alla ribalta il problema delle infezioni in ospedale, ben conosciuto e affrontato già dall’Ottocento ma che continua a provocare problemi e vittime, nonostante che le aziende ospedaliere e sanitarie abbiano messo in piedi una rete di protocolli per limitare l’incidenza di questi eventi.
La storia inizia poco prima del Natale del 2014 quando il 23 dicembre l’uomo, di 77 anni, viene operato per l’asportazione di un nodulo al polmone destro. Nonostante le condizioni generali del paziente non siano ottimali a causa della presenza pregressa di altri tumori, l’operazione va bene e l’anziano viene dimesso pochi giorni dopo, il 29 dicembre.
A metà gennaio, però, una forte febbre lo porta di nuovo al pronto soccorso e poi in chirurgia. La situazione peggiora nel giro di pochi giorni e il 21 febbraio l’uomo muore. Nel frattempo gli erano state diagnosticate un’infezione da stafilococco aureo, una da candida e una da Klebsiella. I familiari decidono allora di chiedere un’autopsia che stabilisce come causa del decesso uno choc settico insorto in conseguenza di un’infezione ospedaliera contratta durante la degenza.
I figli dell’uomo e la nipote decidono allora di chiedere un risarcimento del danno all’Aoup e, dopo un tentativo stragiudiziale e uno di mediazione falliti, si è arrivati alla sentenza depositata pochi giorni fa.
Un pronunciamento, quello dei giudici, che si è basato – come avviene di prassi in casi come questi – si è basata sulla consulenza degli esperti nominati dal tribunale, secondo i quali la morte è «ascrivibile a una polmonite necrotico emorragica del polmone destro sostenuta da germi che, con elevata probabilità. sono stati contratti in ambiente ospedaliero a causa di tecniche e misure di antisepsi inadeguate o a mancata pulizia ambientale, disinfezione e sterilizzazione». Nel dettaglio, gli esperti hanno accertato le infezioni da stafilococco, candida, klebsiella ed enterobatterio.
L’Aoup ha ribattuto sostenendo che l’infezione è stata una «complicazione ineliminabile» viste le condizioni di fragilità del paziente e che esistono protocolli ben precisi per ridurre il rischio. Un punto, quest’ultimo, che è stato condiviso anche dal giudice; tuttavia, la sentenza puntualizza, riferendosi proprio a queste procedure, che «l’azienda non ne ha dimostrato l’integrale, effettiva e concreta applicazione nel caso di specie». Insomma, le procedure in astratto esistono ma non si è potuto verificare se sono state seguite durante il ricovero del paziente.
Anzi, secondo tre testimoni che erano andati a far visita al paziente in ospedale, non erano stati loro consegnati dispositivi di protezione come guanti e mascherine, ne erano stati invitati a lavarsi le mani. Per questo – sempre secondo il giudice – «è accertata la condotta colposa della struttura sanitaria consistita nell’omessa o inadeguata attuazione delle misure di prevenzione del rischio infettivo». Una conclusione che non viene esclusa dallo stato di fragilità oggettivo nel quale versava l’uomo a causa delle patologie di cui già soffriva.
L’Azienda ospedaliera ha invece vista avallare la propria linea difensiva circa un’altra accusa che veniva portata dai familiari del paziente, che contestavano anche l’appropriatezza delle scelte per trattare il nodulo polmonare. Come viene scritto in sentenza, «la condotta dei sanitari, sotto il profilo diagnostico e terapeutico, è risultata conforme alla leges artis e immune da censure».
Complessivamente l’Aoup (che comunque potrà presentare ricorso in Appello) è stata condannata a pagare a vario titolo agli eredi del 77enne circa 381mila euro. Una cifra sostanzialmente ridotta (del 45%) rispetto a quella stabilita in linea teorica a causa della ridotta aspettativa di vita del paziente che secondo la consulenza tecnica, a causa delle altre malattie non sarebbe stata superiore a un anno.
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