Il Tirreno

Livorno

Patrimoni culturali

«Salviamo la Torre di Calafuria», un comitato per il gioiello-simbolo

di Flavio Lombardi

	Una veduta aerea della Torre di Calafuria (foto Marc Saylon)
Una veduta aerea della Torre di Calafuria (foto Marc Saylon)

È una struttura del ‘500 che ha bisogno di robusti interventi di manutenzione: il bando per assegnarlo ad associazioni del Terzo settore è andato deserto

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LIVORNO. Una mobilitazione nata sui social, cresciuta in poche ore e che ha superato le mille adesioni. La Torre di Calafuria torna al centro dell’attenzione cittadina con l’iniziativa di Federico Maria Sardelli e Daniele Caluri, promotori del comitato civico “Salviamo la Torre di Calafuria”. La chiamata a raccolta, alimentata dalle immagini del degrado, è diventata un’azione organizzata, sostenuta anche dalla Fondazione Uberti Trossi, che unisce pressione popolare, iniziativa istituzionale e un passo formale verso l’Agenzia del Demanio, proprietaria del bene.

Il contesto e il comitato

«Siamo già oltre il migliaio ed è un dato importante – spiega Sardelli – perché ci interessa raccogliere cittadini che facciano sentire la propria voce». Il punto è evitare che tutto si esaurisca in una petizione destinata a rimanere sulla carta. «Le raccolte di firme valgono fino a un certo punto. È importante che un consigliere abbia preparato un documento e lo abbia portato in consiglio: serve a farne parlare e a smuovere le acque».

Il riferimento è alla mozione predisposta da Andrea Morini (gruppo misto), presidente della commissione Affari istituzionali, destinata alla firma trasversale. Il documento impegna sindaco e giunta a sollecitare il Demanio affinché verifichi le condizioni della torre e avvii gli interventi necessari alla messa in sicurezza, su erosione, infiltrazioni, murature e copertura. Chiede inoltre al Comune di sostenere il comitato, monitorare la procedura di concessione agevolata avviata nel 2025 e valutare, con Regione e altri enti, strumenti tecnici ed economici per la salvaguardia.

La spinta iniziale è arrivata dalle immagini dello studio che il pittore Alberto Fremura aveva ricavato all’ultimo piano. Un luogo oggi chiuso, esposto al salmastro, alle piogge e agli agenti atmosferici. «Il tetto si sta sfondando – avverte Sardelli – e se comincia a piovere dentro marcisce tutto. È una costruzione che resiste dal Cinquecento: sarebbe assurdo lasciarla crollare in pochi anni». Il timore riguarda anche la scogliera sottostante e il rischio che il degrado renda più costoso il recupero.

Per questo, il comitato intende far arrivare al Demanio una lettera redatta con l’assistenza di un legale. Non un’intimazione aggressiva né un atto per aprire uno scontro, precisa Sardelli, ma un invito formale alla conservazione del bene e all’assunzione delle responsabilità legate alla proprietà. «Il senso è dire: siamo tanti, c’è il Comune, ci sono i cittadini e ora bisogna intervenire. Non basta ripetere che vogliamo salvare la torre: chi la gestisce ha il dovere di impedirne il crollo».

Il nodo è il rapporto tra valorizzazione e condizioni reali dell’immobile. Nel luglio 2025 l’Agenzia del Demanio inserì Calafuria nella prima tranche dei bandi rivolti agli enti del terzo settore iscritti al Runts. La concessione agevolata avrebbe dovuto favorire attività culturali, artistiche, ricreative, editoriali o turistiche di interesse sociale. Il termine per le offerte era l’11 dicembre 2025. Ma il modello viene contestato dal comitato, perché rischia di scaricare sui concessionari il peso del restauro. Le stime richiamate da Sardelli indicano una cifra senza dubbio molto alta, difficilmente sostenibile per molte associazioni, anche con un canone simbolico.

«È inutile assegnarla quasi gratuitamente e poi chiedere a un’associazione di trovare centinaia di migliaia di euro – osserva – quando la messa in sicurezza dovrebbe spettare al Demanio». Da qui nasce anche la preoccupazione per una privatizzazione di fatto: chi investisse somme ingenti potrebbe trasformare la torre in un’attività commerciale, sottraendola alla fruizione collettiva. «Se una associazione con dietro un privato ci fa un bar o un disco pub, alla fine non è più la torre di tutti e non è più vissuta come un monumento storico della città».

La storia

La Torre di Calafuria non è un edificio qualunque. Costruita nel Cinquecento per volontà dei Medici come presidio contro le incursioni dei pirati barbareschi, faceva parte del sistema difensivo della costa toscana. Alta circa venti metri, a pianta quadrata e con una superficie di oltre quattrocento metri quadrati, domina uno degli scorci più celebri del Romito. Conosciuta anche come torre dei Mattaccini, è parte dell’immaginario livornese al pari dei Quattro Mori o delle Terme del Corallo.

Il cinema ne ha consacrato il profilo. Compare nel “Sorpasso” di Dino Risi, nel tratto di costa dove si consuma il drammatico finale, e più recentemente ne “La pazza gioia” di Paolo Virzì. Per decenni ha ospitato lo studio di Fremura, fino alla scadenza della concessione nel 2013. Poco dopo alcuni cedimenti portarono alla chiusura e alle transenne. Nel 2020 furono eseguiti lavori di somma urgenza, ma da allora l’edificio è rimasto inutilizzato. Il Fai lo ha inserito tra i propri “Luoghi del cuore”.

La battaglia non si ferma al restauro. Sardelli indica come obiettivo una destinazione pubblica. «Una volta restaurata e messa in sicurezza, dovrebbe essere un luogo dove i cittadini possono entrare, vedere la torre, visitare mostre. Potrebbe diventare una sede museale, magari collegata al Museo Fattori, sul modello di Villa Mimbelli: qualcosa di pubblico e utile per tutti». L’idea è evitare che soltanto un soggetto con grandi disponibilità possa recuperarla, finendo poi per considerarla propria.

La mobilitazione tiene così insieme tre livelli: oltre mille cittadini, una mozione condivisa dal consiglio comunale e un richiamo formale al Demanio. Prima la conservazione e la messa in sicurezza, poi un progetto culturale stabile. Perché la Torre di Calafuria non venga semplicemente concessa, ma sia davvero restituita alla città.

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