Il Tirreno

Livorno

Sos furti

Livorno, lo «scroccone dei ristoranti» colpisce ancora e tenta di offrire ai vicini di tavolo

di Stefano Taglione
L'Oasi del porto di viale Italia
L'Oasi del porto di viale Italia

Prima del colpo al "Sarsa verde" aveva fatto lo stesso all'Oasi del porto. Il racconto del titolare Stefano Boni: «Non ha pagato il pranzo e la sera si è ripresentato per salutarci e ricordare di quanto accaduto». Il quarantacinquenne fiorentino è stato denunciato dalla polizia

4 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. È diventato l’incubo dei ristoratori livornesi. Entra nei locali, ordina cibo e vino in quantità e qualità, raggiunge un conto da decine di euro e, al momento di pagare, tira fuori sempre la stessa giustificazione: «Non ho soldi». Oppure: «La banca non mi dà nulla», «Dopo passa mia madre e salda tutto». È il quarantacinquenne fiorentino, ora di casa in città, ormai ribattezzato dagli esercenti lo «scroccone seriale dei ristoranti». Un uomo che, con aria di sfida, i titolari li sbeffeggia pure: «Volete chiamare la polizia? Fate pure, tanto non mi fanno nulla...» (in realtà è stato comunque denunciato).

Tartare e Bolgheri doc

L’ultimo episodio risale a venerdì scorso, al ristorante “Sarsa Verde”, sul lungomare. Poco dopo le 22 si è presentato nel locale sedendosi a tavola. Ha ordinato una tartare al tartufo, una bottiglia di vino rosso “Bolgheri superiore” e tre amari. Una cena, che quasi sicuramente ha concluso ubriaco, da 73 euro. Poco dopo la mezzanotte, rimasto ormai l’unico cliente, gli è stato chiesto di avvicinarsi alla cassa. Lui è andato, ma non per saldare il conto. La motivazione fornita è stata, per lui, un “classico”: «La banca non mi dà i soldi». Sul posto, a quel punto, è intervenuta la polizia. Una scena che, secondo i ristoratori, si sarebbe già verificata altre volte. «Si pone in modo estremamente arrogante – raccontano dal “Sarsa verde” – e ormai con gli altri esercenti ci siamo organizzati, perché abbiamo scoperto che situazioni analoghe si sono verificate anche in Venezia. Non ha senso spendere centinaia di euro in avvocati per recuperare il costo di una cena. Lui si sente impunito e agisce di conseguenza».

La crudité e il ritorno

Il precedente più recente riguarda l’Oasi del Porto, sempre sul viale Italia. Anche in questo caso il conto è rimasto insoluto: 68 euro per una cena con crudité di mare e altri piatti prelibati. Il titolare Stefano Boni racconta la propria esasperazione: «È venuto a pranzo, mia sorella gli ha chiesto se gli sembrava giusto lavorare per lui e poi non pagare. La sera è tornato di nuovo qui, dicendo ironicamente “Sono sempre io”. Ci prende in giro, se al posto di mia sorella ci fossi stato io non credo che l’avrebbe passata liscia...». Il ristoratore spiega che la situazione crea difficoltà soprattutto perché lui non può trasformarsi in “controllore” dei clienti: «Certe situazioni fanno arrabbiare. La polizia l’abbiamo chiamata ed è intervenuta. Noi lavoriamo, non possiamo certo trattenere una persona nel locale». Anche qui avrebbe consumato una cena completa: «Ha preso una crudité di mare, un fritto e altro ancora – racconta il titolare – poi si è alzato e, quando non c’era quasi nessuno, ci ha detto che non aveva soldi. In più voleva perfino offrire agli altri clienti gli amari. Una presa in giro». Per i ristoratori il problema non è soltanto economico, ma anche il senso di impunità che, a loro dire, accompagnerebbe questi comportamenti. «Servi tutto con la massima eleganza – conclude Boni – ma poi ti trovi davanti a persone che hanno già deciso di non pagare».

I precedenti

Quello del quarantacinquenne non resta un caso isolato in città. Negli ultimi anni sono stati diversi gli episodi di clienti che hanno lasciato i conti scoperti. Alla “Locanda Cairoli”, in centro, una coppia aveva ordinato primi, tagliate e baccalà, bevendo vino e acqua per un totale di 65 euro. Poi, con la scusa di uscire a fumare, era riuscita a scappare. Al ristorante “Il Covo”, sugli scali delle Pietre, in una sola serata due tavoli avevano lasciato un conto non pagato di 176 euro. In un caso una famiglia si era allontanata senza passare dalla cassa, nell’altro una coppia aveva sostenuto che la carta di credito non funzionasse, promettendo di tornare a pagare. E ancora: alla “Parmigiana”, in piazza Luigi Orlando, due uomini erano stati denunciati per insolvenza fraudolenta, questo il reato previsto in questi casi, dopo una cena da 170 euro tra pesce, vino, dolci e grappe. La giustificazione? «Abbiamo perso il portafogli». All’Ostricaio, invece, il cliente dovette tornare a pagare perché, nella fuga verso l’impunità, dimenticò l’iPhone sul tavolo. Episodi diversi, stessa dinamica: mangiare, consumare e poi trovare una scusa per non pagare. Anche se in questo caso il livello è superiore: il quarantacinquenne attende di proposito l’arrivo della polizia perché «tanto mi fanno firmare un verbale e non mi fanno nulla».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Se ne parla adesso
L’inchiesta

Morte di Abderrahim Fakir, scudo penale per gli agenti: «Chiedetevi se è giusto morire nelle mani dello Stato»

di Redazione Toscana
80 Vespa