Andrea Magherini: «Nel video di Fakir ho rivissuto la morte di mio fratello “Riky”»
Riccardo bloccato dai carabinieri nel 2014 a Firenze: «Lo Stato deve proteggere, nessuno in dodici anni ci ha mai chiesto scusa»
FIRENZE. «Può succedere a tutti di attraversare un brutto periodo o di avere una giornata storta, com’è accaduto a mio fratello Riky dodici anni fa (era la notte tra il 2 e 3 marzo, ndr). Ma quando si incontra lo Stato, lo Stato deve proteggere il cittadino in difficoltà, non lo deve ammazzare. È questo il punto». Andrea Magherini risponde al telefono da Bastia, il punto della Corsica più vicino all’Italia. Lontano dalla sua Firenze, ma non troppo da impedirgli di tornare spesso in Toscana «per stare con la mia famiglia». In Francia, dove lavora come fisioterapista, il passato è andato a bussargli all’uscio domenica pomeriggio. Impossibile, guardando le immagini del decesso di Abderrahim Fakir a Bologna, non pensare a quello che è successo a Riccardo, immobilizzato da tre carabinieri nel quartiere di San Frediano e morto dopo dover gridato “Aiuto” finché ha avuto fiato.
Senta, è riuscito a guardare il video?
«Sì, l’ho visto. Mi hanno mandato il link domenica sera. Come si fa a non pensare a Riky guardandolo? Soprattutto per la forza esagerata di questi poliziotti - nel caso di mio fratello erano carabinieri, ma poco cambia - che si accaniscono, ci stanno sopra, le mani sul collo e intorno nessuno fa nulla, nemmeno i sanitari. Mi domando icché ci facevano. La cosa agghiacciante è l’indifferenza verso chi grida aiuto, e invece di intervenire si continua a schiacciare finché non grida più. Addirittura gli legano i piedi quando è già morto. Avete visto l’espressione di uno dei poliziotti quando quell’uomo muore?».
A quale agente si riferisce?
«Quello più grosso di corporatura. Si alza e bada a rimettersi gli occhiali, sistemarsi i capelli e pulirsi le mani. Dov’è l’umanità? A guardare quelle immagini ho rivissuto quello che è successo a Riky e mi sono sentito malissimo. Quando sei nelle mani della Stato devi essere al sicuro, devi essere aiutato. Anche su questo la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è chiarissima e parla di mancanza di formazione degli apparati della polizia italiana. Anche nel caso di Bologna c’è la riprova: nel video si vede una terza persona che blocca l’uomo a terra. Non ha la divisa, credo sia un passante. Ma è possibile? Non si sarebbe dovuto chiamare una seconda pattuglia?».
Sono passati 12 anni e nulla sembra essere cambiato. Possibile?
«Sì, anche perché alla sentenza della Corte Europea non è stata data l’eco che avrebbe dovuto avere. Eppure i giudici sono stati chiari: non ci si comporta come si sono comportati quei carabinieri con mio fratello. Si fa in un altro modo. Se sei a pancia sotto, respiri male, anche se non hai nessuno sopra. Ecco, pensate di respirare in un momento di agitazione con un ginocchio che ti preme sulla schiena e le mani sul collo. È il ginocchio che ti fa soffocare. È successo così ad Aldrovandi, a Riccardo, o negli Stati Uniti, nel caso di Floyd. Quella pressione su collo e torace puoi esercitarla qualche secondo, dopo devi riuscire ad ammanettare la persona per poi girarla. Se, come successo a Bologna, non riesci ad ammanettarla in due, la soluzione non è girarlo quando è morto».
Della tragedia di suo fratello qual è l’aspetto che più le ha fatto male?
«Tanti. Pensate che i primi accertamenti sulla morte di mio fratello sono stati fatti dai carabinieri che erano intervenuti. Addirittura Riky è stato denunciato da morto per un furto di telefonino. Ma tra tutte le cose brutte, la più terribile è quella di sminuire la dignità della persona scomparsa. Cominciano a dire che è un poco di buono: Cucchi era un drogato, quell’altro un criminale. È un protocollo dare la colpa al morto. Ed è questo sistema che non ti fa credere nel Paese. Poi a volte succede che qualcuno si indigna, ma dura poco, passano due giorni, una settimana e tutto torna come prima. Se vuole le svelo un segreto».
Ci dica.
«Il nostro nonno materno ha fatto il carabiniere. Quindi io e Riky siamo cresciuti avendo fiducia nelle divise. E invece guardi com’è finita».
Suo fratello Riccardo, per molti, è il ragazzo con gli occhiali a goccia e la sigaretta in mano che appare in foto sui giornali. Ma chi era il “Maghero”?
«Riky era un ragazzo di quasi 40 anni che da giovane aveva giocato a calcio. Era una persona profumata che aveva tanti amici, parlava quattro lingue, piaceva alle donne e adorava fare festa. Un uomo dai mille profili che tutti avrebbero voluto avere come fratello. Da due anni era padre di Brando, che oggi ha 14 anni, e a cui avrebbe potuto regalare un sacco di bei momenti. Potevamo tutti essere più felici, ecco perché è così dura».
Ha mai pensato a come sarebbe stato se quella sera fosse andata diversamente?
«Doveva andare diversamente. Perché Riccardo sapeva stare bene, circondato da tante belle cose. Quello per lui era un periodo difficile, che può capitare a tutti. Poteva essere l’occasione per ritrovare la strada giusta dopo le intemperie. Invece non gli è stato permesso».
In questi anni qualcuno vi ha chiesto scusa per quello che è successo? Vista anche la sentenza della Corte Europea?
«Mai. Nessuna scusa da parte di un rappresentante dello Stato o dei carabinieri».
La sua famiglia ci spera ancora?
«A volte penso a come sarebbe bello se il generale, comandante dei carabinieri, invitasse mio nipote e mio padre per dirgli anche solo tre parole: “Vi siamo vicini”. Non credo che questo gesto sia vietato. In fondo i carabinieri sono al servizio dei cittadini. E quello che è successo a mio fratello può accadere a tutti. Riky quella sera chiedeva aiuto, lo dicono anche le persone che chiamano per primi i soccorsi. Infatti i militari che arrivano in San Frediano lo trovano in ginocchio con le braccia aperte perché li vuole abbracciare: si sentiva al sicuro».
A distanza di dodici anni e per come è finita (i carabinieri sono stati assolti in Cassazione) la sua battaglia e quella della sua famiglia andava combattuta?
«Certo. È stata dura, non lo nego. Sia a livello di energia che di denaro. Ma alla fine abbiamo ottenuto quel foglio per Brando in cui si dice che suo babbo non lo voleva lasciare».
Ai familiari di Fakir cosa direbbe?
«Che hanno tutta la nostra vicinanza. So quanto è doloroso, sarà difficile avere giustizia. Se posso dargli un consiglio gli suggerirei di andare direttamente alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo senza passare dall’Italia, perché in questi casi sei contro lo Stato e lo Stato vince sempre. Perché sa come vincere».
Voi ne sapete qualcosa.
«Direi di sì. La sentenza della Cassazione è un gioco di prestigio che ci ha fatto capire tante cose».
Al momento, la Procura di Bologna ha iscritto i sospettati con quello che è stato ribattezzato “scudo penale”?
«Non l’ho visto. Ma cambia poco, non è che possono cancellare quello che è successo. Prima o poi dovranno rispondere di ciò che hanno fatto. Prima o poi ci devono passare da lì, non si può fare finta di nulla».
A differenza di Ilaria Cucchi che si è impegnata politicamente, lei nel 2019 disse di no alla candidatura a sindaco di Firenze per la sinistra. Ha qualche rimpianto, magari di non aver provato a cambiare le cose dall’interno?
«Nel 2019 non ero pronto, avevo fatto dei progetti, vivo all’estero, ho il mio lavoro e sto bene. Sono venuto via dall’Italia anche per trovare serenità, tornando spesso a Firenze dalla famiglia. Anche fuori dalla politica, ad esempio con questa intervista, porto avanti e sostengo il diritto alla vita. Se chi fa politica , come Ilaria Cucchi che stimo, farà cambiare le cose tanto meglio, io sono sempre qui a soffiare perché questo accada. Lo faccio per Riky, per suo figlio. E perché nessuno passi quello che ha passato mio fratello».
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