Il Tirreno

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L'intervista

Livorno, su Joseph il Comune contrattacca: «Il Governo urla, ma ci lascia soli a gestirlo»

di Stefano Taglione
A sinistra l'assessore Andrea Raspanti. A destra un soccorso a Joseph
A sinistra l'assessore Andrea Raspanti. A destra un soccorso a Joseph

L’assessore al sociale Andrea Raspanti: «Lo Stato, che ha le competenze su queste tematiche, non lo inserisce nei Cas. Noi lo chiediamo da settimane, ci sono progetti creati appositamente, eppure non se ne fa carico e abbandona pure le forze dell'ordine. Noi abbiamo tentato invano varie strade: SerD, comunità terapeutiche e dormitori. Dall'esecutivo Meloni solo propaganda, agiscano anziché creare loro l'emergenza sicurezza»

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LIVORNO. «Quello di Joseph, per l’Italia, rappresenta un caso di scuola di come nel nostro Paese le cose non funzionino: il Comune, così come l’Asl e le forze dell’ordine, stanno facendo il possibile per aiutare questa persona ed evitare che crei problemi ai livornesi, ma lo Stato ci sta lasciando soli. Abbiamo chiesto, più volte, che se ne faccia carico con i progetti previsti dal ministero dell’Interno, l’unico ad avere le competenze in materia. Ma non ha mai risposto. Anzi: il Governo fa proclami e urla all’emergenza di sicurezza. I problemi di sicurezza, nella nostra città, li sta provocando proprio il Governo Meloni».

Da una parte ci sono i cittadini esasperati. Dall’altra Joseph Okonduwa, il quarantunenne nigeriano che da settimane è al centro delle cronache del Tirreno per episodi di ubriachezza molesta, aggressioni, interventi delle forze dell’ordine e dei sanitari. Nel mezzo le istituzioni locali. L’assessore comunale al sociale Andrea Raspanti respinge le accuse di immobilismo e punta il dito contro l’esecutivo: «Il sistema non è in grado di gestire certe situazioni, è inadeguato». Assessore, una donna ha denunciato di vivere nel terrore e di pensare perfino di lasciare il lavoro dopo essere stata aggredita dal quarantunenne in via Grande.

Molti livornesi si chiedono come sia possibile che questa situazione continui. Cosa risponde?

«Capisco i cittadini. È un problema reale e serio, ma proprio per questo bisogna spiegare che non nasce da un’inerzia del Comune. Anzi. Questa persona è stata oggetto di numerosi interventi della municipale, delle unità di strada del servizio sociale, delle altre forze dell’ordine e dell’Asl. È un caso seguito da tempo e sul quale sono stati tentati tutti gli strumenti oggi disponibili».

Molti, però, hanno l’impressione che non sia stato fatto abbastanza.

«I fatti raccontano altro. Nel 2025, dopo oltre 60 accessi al pronto soccorso per intossicazione alcolica, è stato inviato al SerD, il Servizio per le dipendenze patologiche. Le unità di strada hanno cercato ripetutamente di indirizzarlo verso un percorso di cura. È stato inserito, anche in maniera forzata, in due comunità terapeutiche per persone con dipendenza dall’alcol: prima a Pontedera e poi a Livorno. In entrambi i casi si è allontanato. Avevamo anche rintracciato un suo parente, con il quale si era trasferito temporaneamente a Milano, ma poi lo ha riportato in stazione a Livorno».

Non ci sono stati soltanto interventi sanitari.

«No. Lo abbiamo aiutato a trovare un avvocato, è stato inserito nei percorsi del centro per l’impiego in un periodo in cui sembrava stare un po’ meglio, gli è stata trovata una stanza. Poi ha perso tutto. È stato ospitato anche al dormitorio comunale, ma ha deciso di non tornarci. È stato seguito da un centro specifico per le dipendenze. Dire che il Comune non ha fatto nulla significa ignorare il lavoro enorme che è stato svolto».

Allora perché oggi è ancora per strada?

«Perché qui emergono i limiti del sistema nazionale. Il suo permesso di soggiorno è scaduto, la commissione territoriale non gli ha riconosciuto la protezione internazionale e lui ha presentato ricorso al tribunale. Fino a quando quel procedimento non sarà definito non potrà essere espulso. Ed è giusto, perché altrimenti si lede un suo diritto fondamentale. Nel frattempo, però, il ministero dell’Interno potrebbe comunque farsene carico inserendolo, ad esempio, in un Cas o dove ritiene opportuno. Io capisco chi dice: “Cos’altro deve fare di grave per poter intervenire”. Noi siamo intervenuti molto tempo prima, a differenza dello Stato».

Lei sostiene che il problema sia quindi dello Stato.

«La gestione dell’immigrazione è una competenza statale. Noi abbiamo chiesto alla prefettura di inserirlo nei Cas o in altri progetti ministeriali destinati ai migranti. La richiesta è rimasta senza risposta perché quei posti, semplicemente, non ci sono o non sono finanziati. È questo il punto: il Comune non ha gli strumenti per affrontare da solo situazioni di questo tipo».

Parole molto dure anche nei confronti del Governo.

«Sì, perché sento parlare continuamente di sicurezza, ma poi gli enti locali vengono lasciati soli. Comune, Asl, servizi territoriali e forze dell’ordine stanno facendo i salti mortali. Polizia, carabinieri e municipale intervengono spesso, ma anche loro non dispongono degli strumenti per risolvere definitivamente un caso del genere. E lo Stato le lascia sole. È facile fare proclami sulla sicurezza, più difficile costruire strumenti concreti per gestire persone con problemi così complessi».

C’è chi chiede un trattamento sanitario obbligatorio. Perché non viene disposto?

«Perché il Tso non è uno strumento che può essere utilizzato per supplire alle carenze dello Stato. È una misura eccezionale che sospende un diritto costituzionale e può essere applicata solo quando una persona rappresenta un pericolo imminente per sé stessa o per gli altri e ricorrono precisi presupposti sanitari. Ad oggi quella proposta non è arrivata. Sono i medici a valutare questi aspetti e ritengono che per ora non esistano gli estremi. Ripeto: non lo dico io, che fra l’altro nemmeno lo dovrei firmare. Lo dicono i medici».

Quindi attualmente non esiste alcun altro strumento?

«Noi continuiamo a lavorare con il SerD, con i servizi sociali, con la questura e con tutti gli enti coinvolti. Abbiamo chiesto che venga inserito in un progetto ministeriale e sottratto alla strada. È la soluzione che riteniamo più efficace, ma la nostra richiesta, lo ripeto, è rimasta inevasa».

Cosa si sente di dire ai cittadini che hanno paura?

«Che comprendo il loro stato d’animo. Nessuno vuole minimizzare ciò che sta accadendo. Ma dobbiamo distinguere tra ciò che il Comune può fare e ciò che compete allo Stato. Questo caso dimostra come il sistema lasci soli i rappresentanti dello Stato sul territorio e gli enti locali. Poi è facile dire che c’è un problema di sicurezza. Il problema esiste, ma se non si mettono a disposizione strumenti adeguati continuerà a ripresentarsi, con un costo enorme per la comunità e, prima ancora, per la persona che oggi vive in strada e che avrebbe bisogno di un percorso stabile di presa in carico. E con problemi per tutti i livornesi che gli stanno attorno e rischiano l’incolumità».

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