Il Tirreno

Livorno

L’intervista

Omicidio di Livorno, l’altolà dello scrittore turco: «Reti criminali vicine al Pkk»

di Stefano Taglione

	Una veduta del parcheggio dove è stato ucciso il 30enne
Una veduta del parcheggio dove è stato ucciso il 30enne

Secondo l’esperto di criminalità Celil Turani al Castellaccio «ha agito una banda mafiosa». «Serve una stretta sulle richieste di asilo e più collaborazione con il Governo del nostro Paese»

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LIVORNO. «Certe reti criminali oggi non conoscono più confini e si muovono in Europa sfruttando vuoti normativi e dinamiche migratorie complesse. Le istituzioni italiane conoscono bene il danno che le organizzazioni mafiose possono provocare al sistema, perché hanno affrontato per decenni piaghe come ’ndrangheta, cosa nostra e camorra. Quest’esperienza potrebbe essere utile per rafforzare il controllo sulle nuove reti criminali che operano a livello internazionale».

Da Kadıköy, sobborgo della parte asiatica di Istanbul dove vive, lo scrittore ed esperto di criminalità organizzata turca Celil Turani parla di quanto accaduto al Castellaccio, dell’omicidio di Yilmaz Tas, il trentenne curdo (di nazionalità turca) gambizzato e ucciso nella serata di domenica scorsa con un colpo di pistola che gli ha trapassato il cranio nel parcheggio accanto al centro sociale per anziani “Fabrizio Gioli”, in via di Quercianella.

La vittima, almeno secondo le banche dati italiane, è incensurata. E malgrado i media turchi parlino di «un’imboscata terroristica», al momento gli investigatori italiani non hanno certezze in tal senso. Secondo Turani, in ogni caso, il tutto si inserisce in un quadro più ampio che riguarderebbe la genesi di nuove reti criminali legate a gruppi fuoriusciti negli ultimi anni dalla Turchia. «Alcune di queste strutture – afferma – non avrebbero più potuto operare nel mio Paese a causa della forte pressione delle forze dell’ordine e si sono spostate in diversi Stati europei, dove hanno trovato condizioni più favorevoli. La maggior parte di chi è scappato e ha chiesto asilo è simpatizzante del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, e rappresenta una nuova generazione della mafia».

Lo scrittore sostiene che in varie nazioni del Vecchio continente, Italia compresa, sarebbero attive bande coinvolte in traffici illeciti (di droga ad esempio) e in conflitti tra gruppi rivali. «In alcuni casi – spiega – queste reti si scontrano per il controllo di territori e mercati criminali, soprattutto nel traffico di stupefacenti e in altre attività illegali». Una dinamica che, sempre a suo parere, interesserebbe anche «strutture con ramificazioni transnazionali e collegamenti con figure note alle cronache giudiziarie europee».

Nel suo ragionamento, l’esperto richiama anche la necessità di una maggiore cooperazione tra Italia e Turchia sul fronte investigativo, sottolineando inoltre come, a suo avviso, una parte di questi gruppi sfrutterebbe le procedure di protezione internazionale per spostarsi in Europa. «Sarebbe necessario – sostiene – prestare maggiore attenzione ai sistemi di asilo e monitorare con più rigore le attività di persone che potrebbero avere legami con ambienti criminali».

Lo scrittore invita però a una distinzione netta tra comunità e criminalità organizzata. «Bisogna evitare generalizzazioni – precisa – perché la maggioranza delle persone curde che vive all’estero non ha alcun legame con le attività illegali». Allo stesso tempo, ribadisce la sua lettura del fenomeno: «Non si tratta di una questione etnica, ma di reti criminali che utilizzano identità e contesti diversi per muoversi in Europa».

Intanto, sul piano giudiziario, l’avvocato della famiglia del trentenne ha invitato a mantenere il massimo riserbo, respingendo qualsiasi interpretazione non supportata dagli atti. «L’unico obiettivo – le parole del legale modenese Roberto Ghini – è arrivare all’individuazione dei responsabili. Yilmaz Tas, da quanto mi risulta, era totalmente estraneo alle dinamiche criminali ed è una vittima uccisa in modo barbaro». 

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