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Livorno, licenziato dalla Pam dopo il “test del carrello”: Tommaso fa vertenza


	La Pam di piazza Saragat
La Pam di piazza Saragat

A novembre il quarantacinquenne livornese è stato mandato a casa per «giusta causa». Ha subìto la «prova del cliente misterioso», un ispettore che alla cassa aveva prodotti nascosti da lui non visti

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LIVORNO. Pam lo ha licenziato con il cosiddetto “test del carrello”. Ma la partita non è affatto chiusa, visto che il caso finisce in tribunale. Tommaso Vivaldi – 45 anni, livornese originario di Aversa, in provincia di Caserta, e dipendente storico del supermercato di piazza Saragat – ha impugnato davanti al giudice del lavoro il provvedimento disciplinare per giusta causa notificatogli il 14 novembre scorso, chiedendo la reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento del danno. Al centro della causa la “prova del finto cliente”, una verifica interna che secondo la difesa del cassiere sarebbe stata trasformata da strumento formativo a “trappola disciplinare”.

Un analogo caso, a Siena, nel gennaio scorso si è concluso con l’annullamento del provvedimento. Nel ricorso depositato al tribunale di Livorno dall’avvocato Marco Guercio – da sempre un punto di riferimento per i lavoratori sia nei tribunali che fuori per il suo ruolo di segretario della Federazione di Sinistra italiana della provincia di Livorno – il dipendente, che il supermercato di Corea lo ha praticamente visto nascere, sostiene infatti che la prova fosse stata costruita artificialmente dall’azienda con prodotti nascosti dentro altri articoli, allo scopo di simulare furti, ammanchi o errori di battitura alla cassa. Vivaldi lavorava per la catena dal 2005. Prima assunto come apprendista, era stato stabilizzato nel 2009 con contratto a tempo indeterminato e inquadramento di quarto livello come ausiliario alla vendita e cassiere. Prestava servizio nel punto vendita di piazza Saragat con contratto part-time verticale nei fine settimana.

L’episodio contestato risale al 4 ottobre dell’anno scorso. Secondo la ricostruzione contenuta nella contestazione disciplinare, un ispettore della società, accompagnato dal direttore del supermercato, ha effettuato una verifica alla cassa di Vivaldi utilizzando un carrello appositamente preparato. Dentro sarebbero stati nascosti alcuni prodotti con etichette alterate o inseriti in confezioni multiple. Fra gli articoli contestati un sacchetto etichettato come «zucca butternut», ma contenente noci sfuse, uno indicato come banane ma con all’interno ciliegie e un detersivo “Omino Bianco” con tre flaconi anziché due. Secondo l’azienda, in una situazione reale gli errori avrebbero comportato un mancato incasso di oltre 20 euro.

Guercio però insiste su un punto: il test non riguardava una vera vendita. Nel ricorso si sottolinea infatti che il carrello era stato predisposto dall’ispettore e che nessun cliente reale avrebbe subito vantaggi economici. Nessuna merce sarebbe uscita dal supermercato senza pagamento e non ci sarebbe stato alcun danno patrimoniale. Vivaldi sostiene inoltre di avere riconosciuto l’ispettore perché già incontrato in passato durante un’altra verifica nel punto vendita di via Roma. Una circostanza che, secondo il ricorso, dimostrerebbe come entrambe le parti fossero consapevoli di trovarsi davanti a una simulazione interna. Nelle giustificazioni presentate all’azienda il dipendente ha ammesso gli errori, attribuendoli però a un forte stato di tensione emotiva dovuto alla presenza contemporanea del verificatore e del direttore. Ha inoltre escluso qualsiasi intento fraudolento o volontà di favorire clienti o arrecare danni. Pam ha comunque deciso di procedere con il licenziamento per giusta causa, ritenendo compromesso il rapporto fiduciario.

Nella lettera la società richiama anche due precedenti disciplinari: un biasimo scritto e una multa di due ore di retribuzione. Elementi che però, secondo la difesa, non erano stati indicati nella contestazione originaria e quindi non potevano essere utilizzati come aggravanti. Il ricorso punta molto anche sulla contestazione sindacale nazionale contro il “test del carrello”. Nel gennaio scorso, infatti, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno diffidato la catena dall’utilizzare queste verifiche come base per i procedimenti disciplinari o i licenziamenti, sostenendo che si tratti di pratiche lesive della dignità del lavoratore e incompatibili con i principi di correttezza e buona fede.

Guercio richiama inoltre la sentenza del tribunale di Siena che, nella vicenda analoga, ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un collega fondato sempre sullo stesso test. Ora la parola passa al giudice del lavoro, che potrebbe esprimersi a inizio luglio. Vivaldi chiede il reintegro, il pagamento delle retribuzioni perse dal giorno del licenziamento e il versamento dei contributi previdenziali. Il tribunale dovrà stabilire se il test possa davvero diventare prova sufficiente per interrompere definitivamente il rapporto di lavoro di un cassiere con oltre vent’anni di anzianità. 

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