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Livorno, test su chi vive in aree inquinate: ora scende in campo la task force

di Martina Trivigno
Livorno, test su chi vive in aree inquinate: ora scende in campo la task force

Quaranta professionisti dell’Asl nord ovest impegnati per arruolamento e prelievi. L’obiettivo del progetto

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LIVORNO. Una task force formata da 40 professionisti dell’Asl Toscana nord ovest è pronta a scendere in campo. Prende così forma “Insinergia”, il progetto coordinato dall’Azienda sanitaria – in particolare dal Dipartimento di prevenzione aziendale guidato da Luca Carneglia – insieme all’Istituto di Fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr), con il coinvolgimento anche di Ispro nelle attività di reclutamento e di studio.

L’obiettivo? Studiare l’esposizione della popolazione agli inquinanti ambientali nelle aree che si trovano vicino ai Siti di interesse nazionale (Sin) di Livorno e Piombino e valutarne i possibili effetti sulla salute. In altre parole, si tratta di zone caratterizzate da una presenza industriale significativa, dove da anni si concentra l’attenzione degli enti pubblici e della comunità scientifica. A Livorno, in particolare, il Sin – un’area contaminata estesa, classificata come pericolosa dallo Stato italiano e che ha bisogno di interventi di bonifica – include alcune delle principali realtà produttive del territorio, come la raffineria Eni, la centrale Enel e le aree marine oltre le dighe foranee.

Le competenze

Il progetto – che ha un valore complessivo di 3 milioni di euro finanziati dall’Unione Europea – unisce competenze diversi: dieci infermieri, 15 tecnici di laboratorio, dieci tecnici della prevenzione e cinque assistenti sanitari. Non solo: può contare su un investimento iniziale di 45mila euro per sostenere le attività operative. È questo il punto di partenza di un’indagine che guarda lontano per chiarire uno dei nodi più delicati per il territorio: il rapporto tra ambiente e salute.

La squadra è stata costruita su base volontaria, attraverso un avviso interno all’azienda sanitaria. Le attività si svolgono infatti in regime di prestazioni aggiuntive, fuori dall’orario ordinario di lavoro e il ruolo degli operatori sanitari sarà decisivo lungo tutto il percorso: a loro, infatti, è affidata la fase più delicata. Dall’arruolamento dei cittadini alla ricerca dei dati anagrafici, contatti telefonici, gestione delle agende e degli appuntamenti, fino alla raccolta delle adesioni formali. Ma lo stesso personale sanitario sarà coinvolto anche nelle attività sul campo, dal prelievo dei campioni ematici alla gestione dei materiali biologici — ricezione, preparazione, conservazione e invio alle strutture del Servizio sanitario nazionale — oltre al campionamento delle matrici alimentari sul territorio. Un lavoro capillare, che richiede precisione e continuità.

La ricerca

Nel mirino della ricerca ci sono gli inquinanti organici persistenti, i metalli e i Pfas, composti chimici artificiali ampiamente utilizzati in ambito industriale e noti per la loro capacità di accumularsi nell’ambiente e negli organismi viventi. Capire se e in che misura queste sostanze entrano nel corpo umano è uno degli snodi cruciali per valutare i rischi reali. Ed è proprio qui che lo studio introduce un elemento di novità: per la prima volta sarà infatti possibile misurare direttamente la presenza di questi contaminanti nell’organismo delle persone, attraverso l’analisi di campioni biologici. Un cambio di prospettiva rispetto agli studi tradizionali, che si limitano spesso a monitorare l’ambiente: in questo caso, invece, si passa a una valutazione dell’esposizione individuale.

Il reclutamento

Il reclutamento dei partecipanti è iniziato lo scorso dicembre e ha già coinvolto migliaia di cittadini contattati tramite telefonate ed email. L’obiettivo è coinvolgere complessivamente 1.000 persone: 700 a Livorno, nella sede di Borgo San Jacopo 59, e 300 a Piombino, in via Carlo Forlanini 26.

Il percorso previsto per ciascun partecipante è strutturato ma contenuto nei tempi: circa 90 minuti in totale. Si parte con un colloquio medico iniziale, necessario per verificare i requisiti di inclusione e fornire tutte le informazioni sullo studio. Dopo la firma del consenso informato, si entra nel vivo con la raccolta dei campioni biologici — sangue, saliva e urina — che saranno poi analizzati nei laboratori specializzati.

Accanto ai prelievi sono previsti anche esami di base, come l’elettrocardiogramma, la misurazione della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca. Un passaggio importante è rappresentato anche dalla compilazione di un questionario dettagliato, che consente di raccogliere informazioni su ambiente di vita, abitudini alimentari, stili di vita, eventuali esposizioni professionali, condizioni socio-economiche e storia clinica personale. D’altra parte, il valore scientifico dello studio risiede proprio nella possibilità di individuare biomarcatori di esposizione e di effetto: indicatori che segnalano non solo la presenza di sostanze contaminanti nell’organismo, ma anche eventuali alterazioni precoci legate alla loro azione. I dati raccolti consentiranno di indagare le relazioni tra fattori di rischio ambientali, carico corporeo di inquinanti e condizioni di salute a livello individuale. Un approccio integrato, che può contribuire a chiarire se vivere in prossimità di aree industriali complesse si traduca effettivamente in un’esposizione misurabile e in possibili effetti sanitari.

La durata complessiva dello studio è stimata in circa 20 mesi. Un arco temporale necessario per completare la raccolta dei dati, le analisi e l’elaborazione dei risultati. Ma soprattutto un investimento sul futuro: le evidenze che emergeranno potranno orientare le politiche di prevenzione sanitaria, le strategie di tutela ambientale e le decisioni pubbliche nei territori interessati. Perché capire il legame tra ciò che respiriamo, mangiamo e viviamo ogni giorno e la nostra salute non è più solo una questione di ricerca, ma una priorità.

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