Economia
Livorno, picchiato a 13 anni alla festa. Lo psicologo: «La violenza arriva dai social»
L'esperto: «Gli adolescenti non hanno i sistemi cognitivo ed emotivo ancora sviluppati e non capiscono cosa sia giusto o sbagliato. Poi succedono certe cose. Bisogna educare alla gentilezza, il Governo deve intervenire. Il cellulare? Per me solo sopra i 14 anni»
LIVORNO. «Negli ultimi anni i comportamenti aggressivi stanno aumentando in maniera esponenziale. Ma non solo: si manifestano prima. Gli adolescenti non dispongono ancora del sistema emotivo e di quello cognitivo in grado di capire esattamente cosa sia giusto o sbagliato. E l’esposizione ai social network, dove i contenuti sono violentissimi e senza filtri, è deleteria: quella violenza che si vede viene immagazzinata così com’è, senza essere analizzata, e prima o poi purtroppo rischia di uscir fuori. Quello che vediamo sempre più spesso è una mancanza di valutazione delle conseguenze. Non c’è un unico fattore alla base, ma un insieme di cofattori psicologici, culturali, sociali e anche biologici. I freni inibitori si abbassano e questo accade in un contesto, quello adolescenziale, già di per sé caratterizzato da forti cambiamenti emotivi e psicologici».
A parlare – dopo il caso del tredicenne, venerdì 23 gennaio, finito al pronto soccorso dopo essere stato picchiato da dieci amici durante una festa in un campo da calcio cittadino – è Lauro Mengheri, psicologo clinico livornese, laureato all’Università “La Sapienza” di Roma, dello “Studio Verbavoglio” e già presidente dell’Ordine degli psicologi della Toscana.
Mengheri, i messaggi di violenza sui social network, ma anche in tv, per bambini e ragazzini stanno diventando sempre più un problema.
«Esatto. Anche in tv, in fasce teoricamente protette, assistiamo a scene e messaggi violenti, perfino uccisioni. Ai bambini, inoltre, viene dato il cellulare (ma a volte anche più di uno) sempre più presto e vengono esposti a modelli violenti senza disporre di un sistema cognitivo ed emotivo strutturato per difendersi. Assorbono quei contenuti, si abituano, e poi la violenza esce. Scene di aggressività, guerre, uccisioni scorrono continuamente sugli schermi. Sono messaggi di violenza estrema che ormai consideriamo normali, ma normali non sono. Per loro, soprattutto».
E il messaggio che passa va chiaramente in quella direzione. Come giudica, invece, ciò che è successo a Livorno?
«Quanto accaduto testimonia come l’emergenza stia diventando normalità. I ragazzi non hanno ancora la struttura emotiva per distinguere, non hanno gli strumenti per dire cosa va bene e cosa va male. Hanno iniziato magari per scherzo, ma poi è finita malissimo, con un ragazzino all’ospedale. Una volta si parlava di ricerca di sensazioni forti, oggi parliamo di modelli aggressivi sempre più violenti, dove il sistema cognitivo ed emotivo, che dovrebbe fare da protezione, non è ancora sviluppato».
Che cosa si può fare allora?
«Il Governo deve intervenire, anche se il problema non è solamente italiano, ma mondiale: gli psicologi stanno parlando, ad esempio, di prevedere lezioni di educazione all’affettività e alla sessualità. I genitori, invece, la sera dovrebbero spegnere la televisione, togliere i cellulari e coinvolgere con i propri figli, ripartendo dal dialogo e parlando con loro ad esempio di tutta una serie di fatti che accadono nel mondo, per far capire loro cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. I comportamenti violenti nelle scuole italiane, ad esempio, sono ormai all’ordine del giorno. Pensiamo a quello che è successo recentemente a La Spezia, un omicidio con un coltello a scuola: lì c’è un livello di gravità estremo, ma il filo conduttore è lo stesso».
Quali modelli adottare nello specifico con i ragazzi?
«Servono modelli diversi: la gentilezza, la buona emotività, l’educazione socio-affettiva negli istituti scolastici come dicevo. Io sono 30 anni che lavoro con i ragazzi e la situazione non è mai stata così difficile. È un tema di cui si parla molto a livello nazionale e sul quale noi addetti ai lavori stiamo spingendo da tempo, insieme all’educazione all’affettività e alla sessualità. Anche perché parliamo di ragazzini, mi riferisco a coloro che hanno 14 anni, esposti a scene violente almeno da cinque-sei anni, un tempo infinitamente lungo considerando che i sistemi cognitivo ed emotivo non sono sviluppati. Poi vorrei fare una riflessione sull’uso degli strumenti digitali».
Prego.
«Vanno limitati, io ad esempio permetterei l’uso del cellulare solo passati i 14 anni, perché siamo arrivati al punto di non ritorno». Come si può intervenire, ritornando al caso di Livorno di venerdì scorso, sui ragazzi coinvolti nella vicenda. «Qui bisogna attivare un sistema protettivo. Se questi ragazzi lo hanno fatto una volta, ipoteticamente potrebbero rifarlo. I genitori devono stare molto attenti, parlare con i propri figli, capire cosa è successo. E allo stesso tempo va aiutato il ragazzo aggredito: essere circondati e picchiati da dieci persone potenzialmente potrebbe provocare un trauma. Si inizia per scherzo e si finisce male: quel bambino si è spaventato, probabilmente terrorizzato, e potrebbe essere utile sostenerlo».
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