Il Tirreno

Livorno

L’intervista

Da Livorno ai mercati del mondo, Giulia la manager delle traduzioni

di Francesca Suggi
La 33enne livornese
La 33enne livornese

Base a Barcellona, la 33enne si occupa di campagne di marketing internazionale: «La mia città mi manca, ma non tornerei per mentalità e prospettive di lavoro limitate»

8 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. È una direttrice di un’orchestra molto speciale Giulia Gori. Si occupa di tutto ciò che è traduzione su App, smarthphone, campagne di marketing su tutti i mercati del mondo dove opera la sua azienda, la Qonto, con sede a Barcellona. È qui che vive ormai da anni la 33enne, livornese doc, cresciuta tra il Cisternone e il quartiere Fabbricotti: al liceo Enriques comincia la sua passione per le lingue straniere che ho poi coltivato all’università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha studiato Mediazione linguistica e culturale, per poi specializzarmi in Traduzione e Interpretariato alla University of Westminster di Londra.

La ex bimba delle partite al Palamacchia, quando indossava la maglia del basket femminile, quando torna non può fare a meno delle sue amiche di quegli anni, dell’agosto lento a Quercianella tra nuotate e chiacchiere al moletto. «Quando penso al grande salto nel vuoto che ho fatto lasciando Livorno, penso sempre che non sarebbe stato possibile senza la certezza della presenza e della costanza della mia famiglia e delle mie amiche (famiglia estesa). Mi hanno sicuramente dato la forza di portare avanti le mie scelte. E di fatti ogni volta che torno è come se non me ne fossi mai andata», dice. E quando se ne torna nella città della Sagrada Familia si porta sempre dietro schiacciata e roschette comprate rigorosamente al Mercato.

Studiare lingue all’Enriques le ha aperto mondi?

«La prima volta che ho trascorso un periodo lungo all’estero è stato nell’estate del 2013, a 21 anni, quando un po’ per caso decisi di lavorare come animatrice in un “summer camp”, un grosso centro estivo, in Connecticut (Stati Uniti). Studiando lingue straniere ed essendo l’inglese la mia più grande passione, fu un passo naturale. Studiavo inglese dalle elementari, ma volevo una full immersion vera e propria, passare il tempo con madrelingua inglesi. Ricordo benissimo il volo Pisa-New York e la sensazione di smarrimento per questo salto nel vuoto, lo shock culturale al mangiare la pizza con tantissimi condimenti e salse, recitare l’inno nazionale ogni mattina e vedere fast food ovunque. Ma ricordo anche di aver pianto a dirotto quando lasciai la famiglia che mi ospitava».

A Barcellona lei si occupa di espansione dei mercati. In cosa consiste il suo lavoro?

«A Barcellona lavoro per un’azienda fintech francese, si chiama Qonto. Ricopro il ruolo di “localization program manager”. Mi occupo dell’espansione in mercati esteri e tutto ciò che è legato al processo di traduzione in fase di lancio in nuovi mercati e post. Per esempio, gestisco traduttori freelance, mi rapporto con informatici e i team di prodotto e marketing. È un lavoro che mi piace molto perché mi permette di lavorare in un contesto internazionale e a contatto con i traduttori, ma anche di essere coinvolta nella gestione delle tecnologie di traduzione (intelligenza artificiale e i vari strumenti che servono a gestire i progetti e rendere il processo di traduzione più efficiente)».

Come è arrivata fino a qui?

«La mia carriera nel mondo della localization è iniziata proprio a Barcellona, nel 2017, quando dopo aver conseguito il master in Traduzione e Interpretariato a Londra, accettai uno stage come Project Coordinator presso un’agenzia di traduzione americana. Trovavo la traduzione un'attività troppo solitaria e avevo voglia di provare qualcosa di diverso che combinasse la mia passione per le lingue con quella della pianificazione. Dopo sei mesi mi offrirono una posizione permanente come Project Manager. Fu un’ottima scuola, ho imparato moltissimo su come lavorano le agenzie di traduzione. Poi, dopo un’esperienza totalmente diversa in Nuova Zelanda, trovai lavoro a Bratislava, in Slovacchia, come Localization Project Manager per Amazon, ed ebbe inizio un’altra avventura. In Amazon, facevo parte di un team di localizzazione di circa cento persone. Dopo circa un anno e mezzo fui promossa a Localization Program Manager con un conseguente aumento delle responsabilità. Lo scorso novembre fui contattata da una recruiter di Qonto tramite LinkedIn e mi sembrò quasi destino: Amazon aveva da poco annunciato un ritorno in ufficio 5 giorni su 5, io mi sentivo pronta a passare ad una realtà più piccola stile start-up dove potessi avere un impatto maggiore, e la descrizione del ruolo in Qonto era proprio quello che cercavo. Qonto è un’azienda di circa 1600 dipendenti e io sono la sola figura interna di localizzazione (almeno per ora!), il che mi dà molta libertà di azione e responsabilità. È diverso dal lavorare in un’azienda enorme e iper strutturata come Amazon. Due esperienze diverse da cui trarre insegnamenti diversi e utili alla crescita professionale e personale».

Nel lavoro cosa porta con sé di Livorno?

«Direi socievolezza, solarità, e la battuta pronta. Mi piace, come si dice a Livorno, “ragionare” un po’ con tutti, scherzare con i colleghi e prendere caffè insieme».

Nel suo settore quali differenze in meglio o in peggio vede tra i paesi dove ha vissuto e l Italia?

«Non ho mai lavorato in aziende italiane quindi non riesco a fare un paragone oggettivo, ma da quello che sento da amici e conoscenti, e anche da ciò che leggo, direi che le differenze più importanti sono la stabilità, retribuzione e cultura aziendale. A livello di stabilità, non mi sono mai dovuta preoccupare di avere un contratto a tempo indeterminato - è una conseguenza diretta dell’aver passato i 3/6 mesi di prova (dipende dal paese) -, mentre in Italia mi sembra ancora un tema ricorrente e un traguardo da raggiungere invece che un diritto. I salari in Italia sono al di sotto della media europea, come d’altronde in Spagna, con eccezioni però delle grandi città come Barcellona dove si possono trovare ottime opportunità. Barcellona negli ultimi anni sta diventando un tech hub, molte aziende hanno aperto sedi in città, anche per la facilità con cui si trovano top talents, essendo Barcellona una città che attrae talenti internazionali».

A livello di cultura aziendale c’è un abisso anche sullo smart working, vero?

«Ho sempre trovato molto rispetto per il lavoratore, ad esempio gli straordinari sempre considerati come, appunto, straordinari e pagati o recuperati, lo smart working, per me ormai fondamentale, è per lo più una pratica standard, la maggior parte delle aziende prediligono il modello ibrido (alcuni giorni a settimana obbligatori in ufficio e altri da casa), in Italia mi sembra sia considerata ancora un’eccezione».

In Spagna che vita fa?

«Amo avere una routine, la mia vita è scandita dai giorni in ufficio dove mi avventuro nel centro (vicino a Plaça Catalunya), pranzo con i colleghi, concentro le riunioni di persona, e poi di solito faccio sport nel tardo pomeriggio, a volte la mattina presto. A Barcellona mi sono appassionata allo yoga - mi aiuta a rilassarmi ed essere presente e frequento diversi centri nella zona di Gràcia, dove vivo. Nei giorni di smart working faccio una vita più lenta, ma raramente mancano le passeggiate per la città. Amo Barcellona e le sue vie piene di alberi, balconcini, arte naturalista, e mi sono abituata a spostarmi a piedi, per cui sento sempre il bisogno di fare almeno due passi. Faccio parte di un’associazione di volontarie, Women in Localization, che organizza eventi e pannelli per donne che lavorano nel mondo della localizzazione. La Catalogna mi ricorda molto la Toscana come paesaggi».

Cosa consiglia ai giovani livornesi dopo il diploma?

«Consiglierei di non pensarci troppo. Lasciare Livorno per me fu difficile, mi sembrava la fine del mondo. Ma la città resta lì, non va da nessuna parte. Gli amici e la famiglia sono pronti ad accoglierti a braccia aperte appena torni. Le esperienze fatte all’estero, almeno per quanto mi riguarda, mi hanno arricchita tantissimo sia dal punto di vista personale che professionale. Sicuramente non avrei avuto le stesse soddisfazioni professionali se fossi rimasta a Livorno, non credo neanche esista il mio settore. E vivere in un luogo è molto diverso dal visitarlo come turista. Si conoscono la cultura, le persone, i loro modi di vivere e di pensare molto più profondamente. Io lo consiglio tantissimo. La cosa peggiore che può succedere è non trovarsi bene e tornare a Livorno apprezzando di più le cose che prima si davano per scontate».

Come vede i livornesi da lontano? E della sua città cosa le manca?

«Abbronzati! A parte gli scherzi, solari, simpaticissimi (chi ti fa ridere più di un livornese?), critici della propria città ma legatissimi e guai a chi gliela tocca (giustamente). Ma anche molto legati alle apparenze e al giudizio degli altri, cosa che credo (e spero) di aver perso con gli anni. Di Livorno mi manca la gente, le libecciate, l’odore forte del salmastro. Mi manca capire le sfumature nascoste dietro a un “boia” e un “de” o a un semplice gesto. La cosa che mi manca di più del cibo è la schiacciata e la torta. A volte le preparo a casa».

Tornerà un giorno?

«Ora come ora non mi ci vedo, soprattutto in Italia in generale più che a Livorno nello specifico, per le possibilità di lavoro e crescita più limitate ma anche per la mentalità sempre un po’ chiusa e poco improntata al futuro. Mentirei se dicessi che non sono in conflitto internamente, perché sono attaccatissima a Livorno, alla mia famiglia e alle mie amicizie. Vivere fuori è vivere sempre un po’ divisa a metà. Magari un giorno sceglierò di non montare più su quell’aereo da Pisa. Chissà, non escludo perché al cuor non si comanda».

Primo piano
La previsione

Meteo in Toscana, ufficiale: è allerta neve per Befana in sei province – La lista dei comuni a rischio

di Tommaso Silvi
Speciale Scuola 2030