Carlo Calenda: «Ora basta con le parole, i figli un bene del Paese» – La sua politica per la “sfida” demografica
Il presidente di Azione invoca il cambio di passo alla politica sul tema natalità. «La crisi demografica è seria: non si possono lasciare sole le famiglie. Il problema è economico»
Se non si conoscesse la storia di Carlo Calenda basterebbe buttare un occhio sulla sua grande scrivania, nel quartier generale di Azione, di via Vittorio Veneto, per capire le sue origini: Identità di Francis Fukuyama, Autocrazie di Anne Applebaum, L’età delle rivoluzioni di Fareed Zakaria e poi Winston Churchill sparso un po’ dappertutto.
Libri come stampelle per le sue idee, un impasto di pragmatismo e riformismo liberale che piace pure alla destra. Un purista quasi romantico, il segretario di Azione, sospettato dai suoi ex compagni di viaggio della sinistra di essere a un passo dall’oscillare verso la maggioranza che ormai lo corteggia apertamente e cui lui però non risparmia critiche.
Il magmatico leader di Azione si porta in dote una storia ricca e stratificata, gli anni da grande manager in Ferrari, Sky, Confindustria, le foto di lui e Lapo Elkann con un sigaro cubano in bocca, i compromessi che non riesce a fare, una famiglia solida e importante alle spalle che lo ha sempre sostenuto, la mamma, Cristina Comencini, regista drammaturga e già figlia d’arte che prima si arrabbia moltissimo con lui adolescente quando sta per diventare padre e poi lo incoraggia e lo sostiene. I quattro figli ormai cresciuti, una moglie, Violante, a cui è legatissimo e a cui dedica ancora messaggi sui social da innamorato.
Aveva 16 anni quando diventa padre, sarà stata dura.
«Io ero un ragazzino, la mamma di Tay, che oggi ha 36 anni, aveva 26 anni. All’epoca lei lavorava per il marito di mia madre. Le famiglie all’inizio si infuriarono, poi furono un sostegno imprescindibile. Non abbiamo pensato mai, neppure per un momento di rinunciare a quella bambina. Io mi trasferì a casa di lei. Io cambiavo i pannolini, davo il latte alla piccola, le facevo il bagnetto. Non ho perso un attimo di quell’esperienza straordinaria».
Quanto ha inciso avere una famiglia solida come la sua alle spalle?
«Moltissimo, non c’è dubbio. Sarei ipocrita a dire il contrario. Un anno dopo mia mamma che era diventata nonna a 36 anni, e che l’anno dopo ebbe mio fratello, ci aiutò a trasferirci in una casa indipendente e ci prese una baby sitter e io ricominciai gli studi. Senza il loro aiuto sarebbe stata più dura. Ma questa storia dovrebbe insegnarci una cosa fondamentale».
Quale?
«Il bambino deve diventare un valore civile. Un valore per il Paese, come succede ad esempio in Francia dove viene tutelato, valorizzato. In cui ad esempio è normale avere il tempo pieno a scuola e le famiglie messe nelle condizioni di lavorare senza impazzire a trovare soluzioni per conciliare lavoro e famiglia».
In Italia i bambini non sono un valore civile?
«Decidere di avere figli è considerata una scelta privata, una decisione della madre. E ci credo che le donne hanno paura. Rischiare di stare a casa imprigionata, non è più una prospettiva accettabile per nessuno. Occorre partire da qui per ridisegnare le politiche di una Nazione diventata fanalino di coda d’Europa per nascite. I bambini devono essere una risorsa per tutti. La politica dov’è?».
Però nella manovra ci sono bonus alle famiglie e aiuti.
«Mance. Non incidono su una crisi demografica così profonda. Serve invece una riforma strutturale a partire dai servizi». Qual è la sua ricetta? «Tre cose pratiche e concrete: asili in convenzione tra pubblico e privato dove a fronte di regole, standard e controlli rigidi i privati sono generalmente più efficienti del pubblico che ha meno potenzialità per farlo. E poi fondamentale un adeguamento dei salari».
Eppure in molti dicono che la denatalità non dipenda da cause economiche. È d’accordo?
«Attenzione: un conto è dire che il tema economico non è preponderante, un altro è ammettere che c’è un problema in Italia con i salari che sono troppo bassi, che perdono valore. È chiaro che incide. Basta guardare i numeri: 60mila giovani che se ne vanno dall’Italia, molti perchè a parità di impiego all’estero guadagnano meglio. Poi c’è un tema di tempo che mette in crisi chi studia di più. L’università, il master, sono grandi investimenti in termini di fatica e di tempo creando un rapporto inversamente proporzionale per cui più sei preparato e più sei costretto a posticipare il momento per mettere su famiglia. Se poi devi anche aspettare uno stipendio degno allora inizi a invecchiare».
E il terzo?
«È conseguente a quello che ci siamo appena detti. Il tempo gioca a sfavore delle donne è chiaro. Per una serie di motivi si arriva a desiderare un figlio quando siamo sempre più grandi, quando le possibilità biologiche diminuiscono. Incentiviamo chi vuole avere figli finanziando in modo convenzionato la fecondazione assistita; sosteniamo le coppie che decidono di investire su un valore, un figlio socialmente riconosciuto. Non lasciamole a pagare le spese altissime da soli».
Ma questo non è già previsto?
«Si in teoria, poi invece le lunghe attese scoraggiano moltissimi che ricorrono al privato». Da dove occorre partire per tutelare le donne? «Ancora una volta dal concreto, dal pratico. Da quello che abbiamo sotto agli occhi e fingiamo di non vedere. C’è un gap di stipendio, a parità di incarico, rispetto agli uomini che è ancora del 20 per cento. Questo non solo è un’ingiustizia ma pone le basi per un continuo passo indietro delle donne all’interno della coppia. Cioè alla fine sono sempre quelle a cui viene richiesto di rinunciare, di restare ad occuparsi dei figli, del welfare della cura, magari anche dei genitori». Gli uomini vogliono scaricare il peso sulle donne? «Si è così. Ma oggi le donne a queste condizioni non ci stanno più. Imprigionate in un sistema di cura punitivo e oppressivo. E poi ci domandiamo perchè c’è un tasso di fertilità così basso rispetto agli altri Paesi».
La sinistra sta distruggendo l’idea tradizionale di famiglia?
«La sinistra ha iniziato a perdere quando è passata l ’idea che fosse più importante rappresentare le minoranze delle maggioranze e la famiglia fa parte di questo discorso. E poi bisogna distinguere».
In che senso?
«L’Occidente ha un problema culturale: esiste una infantilizzazione della società in cui tutto è orientato a “voglio meno rotture possibili”, nel consumo e nell’intrattenimento in cui le persone vogliono sentirsi libere e non limitate. Spesso l’affettività viene riversata su un animale che è meno impegnativo e preclude meno la libertà». E allora la politica cosa c’entra? «La politica può fare molto per incentivare le scelte delle persone. Non per spingere ma per farle accadere».
A partire dai giovani?
«Esattamente. Lavoriamo partendo da loro. Come ho detto con le mance da cinque euro non si va da nessuna parte. Non spostano niente. Certo, una legge di bilancio così non scontenta nessuno ma non cambia il Paese».
E invece?
«E invece tagliamo l’ Irpef fino a 35 anni. L’assenza di tasse avrà certamente un effetto positivo sulle loro scelte, magari anche quelle di avere dei figli da giovani che è bellissimo. E io lo posso dire».
Quanto pesa la mancanza di prospettive?
«Decisamente tanto. Quando sono nato io, i miei genitori erano giovanissimi, innamorati ma squattrinati. In pieno clima sessantottino avevano scelto di non farsi sostenere dalle famiglie di origine e di farcela da soli. Si arrangiavano, insomma, cosa che oggi è sempre più fuori dalla nostra mentalità. Lavoravano a un progetto di vita che era tutto da compiere con l’entusiasmo e l’ottimismo. Io che ero piccolo non sono mai stato considerato un ostacolo, un impedimento al raggiungimento delle loro ambizioni. Mi caricavano in Vespa in mezzo tra loro due e mi portavano ovunque e sempre. Mai avuta una baby sitter».
Oggi cosa è cambiato?
«La prospettiva appunto. È tutto più complicato, pesante perché da un lato non vogliamo fare fatica e dall’altro abbiamo paura. La politica in questo momento diventa fondamentale. Facciamola seriamente».
