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L'intervista

Violenza di genere, la capitana dei carabinieri: «Ragazze plagiate sin dai 14 anni»

di Alice Benatti
Violenza di genere, la capitana dei carabinieri: «Ragazze plagiate sin dai 14 anni»

Lucrezia Limodio, comandante del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Reggio Emilia, racconta la sua battaglia quotidiana: «In adolescenza registriamo la violenza sotto forma di manipolazione»

26 settembre 2023
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La capitana dei carabinieri Lucrezia Limodio, comandante del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Reggio Emilia, racconta con una schiettezza non scontata la sua lotta quotidiana contro la violenza di genere. Fatta anche di incontri nelle scuole con ragazze giovanissime, «che scambiano l’eccessiva gelosia e il divieto di vedere le amiche imposte dal fidanzato come una forma di attenzione e di amore». La frase «a cosa serve denunciare se le donne vengono ammazzate comunque», ammette, da donna e da madre la delude, perché lei e tanti colleghi fanno il possibile per fermare la spirale di violenza che attanaglia il Paese. La novità sul “Codice rosso” di revocare il magistrato che non sente la vittima entro tre giorni? «Il problema – spiega – non è tanto ascoltarla entro questi tempi, cosa che avviene quasi sempre, quanto capire come accompagnarla dal momento della denuncia a quella del dibattimento in aula».

Fatto che spesso non avviene: parte dei fascicoli incamerati dalle procure in relazione ai reati da Codice rosso in questi anni non è mai arrivata in tribunale. In media si parla del 30% nel 2022, ma in diverse città italiane è stata oltre la metà a chiudersi con un’archiviazione. Come mai?

«Perché la vittima decide di non arrivare in giudizio e di fare un passo indietro. Dobbiamo considerare che la violenza di genere si consuma prevalentemente in famiglia e che la donna si trova nella difficoltà di aver denunciato il marito o il compagno a cui è legata da 10 anni piuttosto che il padre dei suoi figli. Nella maggior parte dei casi, quindi, non riesce ad andare fino in fondo. Per questo, secondo me, bisognerebbe lavorare per offrire più supporto possibile alle vittime, accompagnandole al dibattimento senza farle mai sentire sole. Dietro un ripensamento, oltre a fattori culturali come la vergogna, spesso si nascondono motivi economici, che sono trasversali nella società ma che riscontriamo in particolare nelle donne extracomunitarie: il fatto di essere prive di un sostentamento economico le spinge a fermarsi perché hanno bisogno del partner denunciato».

Spesso, quando si parla dell’efficacia del contrasto alla violenza di genere, emerge con forza il fattore tempo. Quanto intercorre fra la denuncia e il processo?

«In generale vengono rispettate le tempistiche massime delle indagini preliminari: sia le nostre sia quelle del pubblico ministero si devono concludere entro 12 mesi. Dopodiché, una volta ottenuto il fascicolo completo, trattandosi di “Codice rosso” l’udienza viene fissata quasi immediatamente. Qui a Reggio Emilia i tempi sono rispettati perché abbiamo magistrati di area, che si occupano in maniera preminente di questi reati».

Un anno però può essere un tempo lunghissimo...

«È vero, ma i 12 mesi messi a disposizione dalla legge a volte sono il tempo necessario per fare tutti gli accertamenti del caso, ad esempio di fronte a maltrattamenti in famiglia che vanno avanti da anni. In un giudizio c’è anche la difesa della controparte quindi il nostro compito di polizia giudiziaria è quello di raccogliere, in un anno, più elementi possibili a supporto dell’accusa, dunque della vittima che ha denunciato. È chiaro, però, che gli accertamenti possono durare anche due settimane se la situazione lo consente».

La modifica al “Codice rosso” in vigore dal 30 settembre cosa cambia nei fatti? E come la valuta?

«Sarò sincera: si parla di un intervento tecnico che riguarda le organizzazioni delle procure in quanto tali. Non è un cambiamento che le persone vedranno né che toccherà noi come polizia giudiziaria. Quello che posso dire è che la violazione dell’obbligo di ascoltare la vittima entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato da parte del magistrato non è una problematica che noi sul territorio ravvisiamo ma se la modifica è stata introdotta immagino che da qualche parte, a livello nazionale, l’inerzia da parte di qualche pubblico ministero sia stata riscontrata. Tuttavia ricordo che si parla di una facoltà del procuratore generale, non di un obbligo. Dal mio punto di vista, oltre a rafforzare la rete di supporto alle vittime di violenza di genere, occorrerebbe un inasprimento massimo delle pene per i reati spia (stalking, maltrattamento in famiglia, violenza sessuale) contemplati dal “Codice Rosso”, che possono evolvere in femminicidi. Quando si verificano ci troviamo già oltre l’ambito della prevenzione, che ci vede impegnati quotidianamente soprattutto con i giovani».

In che modo?

«L’Arma, dal punto di vista preventivo, ha raggiunto la consapevolezza importante che il primo modo per intervenire a contrasto di questo fenomeno è investire sui giovanissimi. Perché dagli interventi posti in essere dagli operatori sul territorio ci siamo resi conto che la violenza di genere si innesta anche tra gli adolescenti. Sono stata impegnata in numerosissimi incontri nelle scuole medie ma soprattutto superiori e in prima persona ho riscontrato che già a 14-15 anni le adolescenti vivono relazioni manipolative e distorsive: vedono nella gelosia, nella possessività e nel divieto di uscire con le amiche una forma di attenzione, di amore. Alcune, al termine degli incontri, chiedono di parlarci in disparte. Ci dicono di avere difficoltà a confidarsi con genitori e insegnanti perché se ne vergognano. Cosa, purtroppo, che porta l’altra parte ad approfittarsene». 


 

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