Grosseto, la truffa col “metodo Ponzi”: vittime dodici risparmiatori. Consegnate cifre fino a 80mila euro
Sono rimasti sotto processo due operatori che abitano in Svizzera: tuttavia incombe la prescrizione
GROSSETO. Operai, commercianti, artigiani, agricoltori. Persone con conoscenze superficiali in materia di finanza ma tutti accomunati dalla fiducia completa riposta in chi prospettava l’investimento, tutti accomunati dalla prospettiva di un guadagno elevato e facile. Fin troppo facile. Quella messa in atto ormai una decina di anni fa sarebbe stata una truffa, attuata con il cosiddetto “metodo Ponzi”: qualche soldo in effetti arriva, nei primi tempi, ma poi la macchina si inceppa. A fare i soldi sarebbe soltanto chi questa macchina l’ha ideata e chi sta immediatamente sotto: il vertice, insomma.
Dodici i maremmani coinvolti come parti offese, tre quelli costituiti parte civile nel processo che vede due imputati residui. Processo praticamente iniziato soltanto adesso eppure già alle ultime battute: pochi giorni e i reati contestati (2015 e 2016) cadranno in prescrizione. Sotto accusa ci sono Patrick Davide Terraneo, 53 anni, e Cinzio Gilioli, 65 anni, entrambi residenti in Svizzera, assistiti dalle avvocate Alessia Massai e Iris Milano.
Ed è nella confederazione elvetica che l’operazione ritenuta illecita avrebbe avuto il suo epicentro, coinvolgendo altri due soggetti, tra cui un commercialista grossetano che avrebbe convinto persone già suoi clienti in provincia, rassicurandoli della bontà dell’operazione. Lui è già uscito di scena, insieme al quarto imputato, con un rito diverso; tutti e quattro sono stati ritenuti sedicenti consulenti e promotori finanziari, operanti per una società di diritto lussemburghese con sede in svizzera, nel cui consiglio di amministrazione figurava Terraneo. Contestata anche la mancanza di una specifica autorizzazione per questo tipo di operazioni.
I clienti avevano consegnato cifre dai 10mila agli 80mila euro, denaro destinato all’acquisto di obbligazioni: in tutto 356mila euro, in provincia (in Italia la cifra raccolta superava i due milioni). La resa del prestito sarebbe stata compresa tra l’1,5 e il 2,5 per cento, con cifre da corrispondere trimestralmente, secondo quanto accertato dalla guardia di finanza che aveva dettagliatamente ricostruito la vicenda, comprendendo anche che chi aveva affidato i soldi non aveva assolutamente idea di quale sarebbe stata la loro destinazione.
Alcuni risparmiatori avevano ricevuto inizialmente gli interessi, al massimo alcune migliaia di euro: interessi apparenti, secondo l’accusa, perché le somme ricevute non sarebbero derivate degli investimenti ma sarebbero state provento delle truffe operate ai danni dei clienti successivi, secondo appunto quello che è conosciuto come il “metodo Ponzi”, dal cognome di chi questo sistema lo aveva inventato più di cento anni fa. Quando tutto si era fermato, a causa dei problemi tra Terraneo e la società lussemburghese, e quando le soluzioni alternative prospettate – con il commercialista che avrebbe fatto da tramite – non avevano dato alcun esito, gli investitori avevano richiesto indietro il capitale. Nessuno, fatta un’eccezione, avrebbe ricevuto il denaro versato, tutti sarebbero stati tratti in errore sia sulla serietà e sulla redditività dell’investimento sia sulla destinazione delle somme investite.
Le provvigioni ricavate dalle somme ricevute dai risparmiatori sarebbero state utilizzate per scopi personali: per l’acquisto di beni e auto di lusso. Tutti e quattro gli imputati sarebbero stati ben consapevoli che si trattava di un’operazione illecita; tutti si sarebbero approfittati della minorata difesa delle vittime, indotte a stipulare investimenti finanziari a distanza, senza ricevere informazioni e senza competenze in materia; tutti e quattro avrebbero causato un danno patrimoniale di rilevante gravità.
Terraneo e Gilioli, inoltre, avrebbero operato senza essere iscritti all’apposito albo dei consulenti e promotori finanziari abilitati all’offerta fuori sede. Terraneo avrebbe dato mandato ai suoi tre collaboratori di promuovere e collocare gli strumenti e i prodotti finanziari sul territorio grossetano. Ciascuno avrebbe piazzato le obbligazioni ricevendone le provvigioni, contattando direttamente i clienti, spesso anche stipulando contratti in contrasto con la volontà dei risparmiatori e anche a loro danno.
Un quadro minuziosamente ricostruito dalle fiamme gialle della sezione della Procura di via Monterosa. Ventidue pagine fitte di nomi, qualifiche, date, cifre, descrizioni, criticità, rapporti, passaggi. La guardia di finanza si era mossa dopo la querela iniziale presentata da due risparmiatori, assistiti dall’avvocato Riccardo Cavezzini, uno dei quali si è costituito parte civile (15mila euro la somma investita) così come lo è l’avvocata Adriana Boscaglia per altri due di loro (50mila euro).
La giudice Lisa Casolaro ha ascoltato la deposizione del maresciallo che aveva condotto gli accertamenti, poi è stata la volta dei risparmiatori: la titolare di una ditta artigiana che aveva investito 20mila euro tra 2015 e 2016, e il commerciante che aveva consegnato appunto 15mila euro nelle mani del commercialista. Tutti hanno spiegato cosa era avvenuto ormai dieci e più anni fa. Varie vicissitudini hanno comportato la dilatazione dei tempi del giudizio e la prescrizione è ormai davvero questione di giorni. Ma è questione di giorni anche per la prossima udienza, quella fissata per l’eventuale esame degli imputati e per la discussione.
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