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Lavoro e giustizia

Moda, l’inchiesta a Prato: «80 cent lo stiro, 10 per l’etichetta». Ecco il tariffario dello sfruttamento

di Paolo Nencioni
Una protesta del sindacato e la finanza durante i controlli
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Una protesta del sindacato e la finanza durante i controlli

Le aziende commissariate: «Cambiamento già avviato». Il sindacato: «Realtà venuta a galla grazie a picchetti e presidi, lo sciopero è ancora un cardine imprescindibile»

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PRATO. Non potevano non sapere. Questo affermano in sostanza i giudici del Tribunale di prevenzione di Firenze che hanno messo in amministrazione giudiziaria due big della moda come Patrizia Pepe e Dixie. Non potevano non sapere, dicono i giudici, che nelle aziende di Montemurlo dei coniugi Marjana e Merimando Sula a cui avevano affidato commesse per milioni di euro i lavoratori venivano sistematicamente sfruttati. E se non sapevano è perché non hanno controllato come avrebbero dovuto fare.

Tessilform, proprietaria del marchio Patrizia Pepe, ha visto un altro film. Avevamo avviato, «in via del tutto spontanea – ha scritto la società – una revisione e un’implementazione delle procedure di gestione del personale e di tutela del lavoro lungo l’intera filiera. La scelta non è nata da carenze riscontrate, ma dall’attenzione con cui la società ha seguito le numerose vicende che negli ultimi anni hanno interessato il settore della moda per vicende analoghe, ampiamente riportate dalla stampa e dai media, e si è tradotta anche nell’adesione al tavolo istituzionale promosso nel distretto pratese per la legalità nelle filiere».

Il decreto

Il decreto del Tribunale di prevenzione racconta un’altra storia. Spiega che il 15 luglio 2025 Michele Antonelli, l’uomo che teneva i contatti coi coniugi Sula per conto di Patrizia Pepe, aveva inviato a Merimando un articolo sul commissariamento di Loro Piana per gli stessi motivi che poi avrebbero portato al commissariamento di Tessilform. Come dire, occhio che rischiamo anche noi. Non solo.

Il 19 settembre, quando Il Tirreno fa il nome di Patrizia Pepe tra i committenti della stireria L’Alba dei coniugi Sula, lo stesso Michele contatta Merimando per approntare quello che la Procura definisce un audit posticcio, cioè un documento creato ex post per lasciare traccia di controlli sulle condizioni di lavoro non effettuati. Un dipendente di Alba dirà poi: «Ci dicevano che dovevamo dire di lavorare 8 ore, non di più».

Quanto a quel tavolo in Provincia che si è concluso col riassorbimento dei lavoratori sfruttati presso un’altra azienda, all’inizio né Dixie né Patrizia Pepe volevano sedersi. Dicevano di non aver niente a che fare con le aziende dei Sula. Poi sono state convinte a sedersi e il risultato di questa mediazione è arrivato prima dei provvedimenti giudiziari, dimostrando che lavorare in un altro modo è possibile. Gli ex dipendenti dei coniugi Sula ora lavorano per un imprenditore che rispetta il contratto, li paga il giusto e non li sfrutta. Continua a prendere le commesse di Dixie e Patrizia Pepe per il finissaggio dei capi d’abbigliamento, solo che Dixie e Patrizia Pepe lo pagano di più: meno profitti e più tutele.

Le sigle

Lo hanno ribadito ieri, 7 novembre, anche i sindacalisti del Sudd Cobas dalle cui lotte è poi nato tutto, nel corso di un convegno sul diritto di sciopero al Palazzo delle Professioni di Prato. «C’è una battaglia culturale da vincere – ha detto Luca Toscano – A lungo si è cercato di eliminare il conflitto. Il commissariamento di queste due aziende dimostra che lo sciopero è ancora un cardine imprescindibile. Questa realtà è venuta a galla grazie ai picchetti e ai presidi. Ci sono voluti sei mesi e tante proteste davanti e dentro i negozi, abbiamo urlato una realtà che veniva nascosta. Molti brand invece continuano a nascondersi dietro a un dito ed è importante che il messaggio arrivi anche a loro: Prato non può più essere il posto dove si combina made in Italy con costi da terzo mondo».

Le tariffe

Per avere un’idea delle tariffe, quelle praticate a Dixie dalla stireria L’Alba, secondo l’informativa dei tecnici dell’Asl, erano 80 centesimi per lo stiro, 1, 30 per il controllo e imbustamento, 10 centesimi per l’etichetta e 10 per la composizione. «Su questi prezzi serviva un controllo» osservano i giudici. A proposito di brand, nelle indagini del Gruppo anti sfruttamento dell’Asl ne vengono nominati anche altri, uno in particolare molto più in vista di Patrizia Pepe, ma si è scelto di agire nei confronti di quelli che avevano un rapporto più strutturato con le aziende dei coniugi Sula.

Talmente strutturato, questo rapporto, che già nel novembre 2024 Dixie aveva firmato un accordo con L’Alba che sollevava il committente da eventuali responsabilità.

Accordo che non può sostituirsi alla legge e che poi è diventato una prova a carico. Accordi di questo tipo, osservano i giudici «non possono sostituire i controlli effettivi sulla filiera quando i prezzi impongono un accertamento reale». Per chiarire meglio il concetto, il Tribunale spiega che le condotte ascritte a Dixie e Patrizia Pepe, non costituiscono un concorso nello sfruttamento ma «un contributo colposo alla prosecuzione del modello produttivo illecito».

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