Il Tirreno

Grosseto

L’inchiesta

Grosseto, promettevano di regolarizzare gli immigrati ma intascavano fino a 10mila euro: marito e moglie in carcere – Chi sono e le accuse

di Pierluigi Sposato

	Indagini di guardia di finanza e carabinieri (foto d'archivio)
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Indagini di guardia di finanza e carabinieri (foto d'archivio)

Il “Decreto flussi” sarebbe stato trasformato in fonte di reddito. Avrebbero preteso migliaia di euro da ognuno degli stranieri, senza regolarizzare la loro posizione in Italia

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GROSSETO. Un imprenditore 65enne e sua moglie 50enne sono finiti in carcere perché sospettati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, in altre parole perché sospettati di aver trasformato la procedura del “Decreto flussi” in una fonte illecita di reddito, pretendendo dai migranti 10mila euro a testa per la regolarizzazione della loro posizione di ingresso e di lavoro.

Vito Gangi, classe 1961, originario del Milanese, e Fatima Khayat, 1976, cittadina marocchina, sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Giuseppe Coniglio, su richiesta del pubblico ministero Giovanni De Marco: questi ha coordinato l’operazione denominata “Border line” che ha messo al lavoro la guardia di finanza del comando provinciale e i carabinieri della sezione di polizia giudiziaria. Trentuno i cittadini extracomunitari individuati, 22 i visti di ingresso risultati irregolari.

Il fascicolo era stato aperto con le denunce presentate nel 2024 da alcuni di cittadini di nazionalità marocchina: da loro era stato ricostruito il sistema di reclutamento che Khayat avrebbe effettuato in prima persona in Marocco, prospettando l’ingresso in Italia e un lavoro sicuro, in una società che sarebbe stata riconducibile a Gangi, la Ka. Vi. srl, come era stato indicato nelle richieste di nulla osta indirizzate al ministero. Il tutto sarebbe stato possibile solamente se gli interessati avessero versato 100.000 dirham, in moneta del loro Paese – pari a 10mila euro. Una volta riscossa la somma, la procedura veniva perfezionata, arrivava il visto e con questo l’ingresso in Italia. Ma arrivati nella nostra provincia, e sistemati in alcuni alloggi, i migranti avevano scoperto che il lavoro nelle società di Gangi non ci sarebbe mai stato, anche perché secondo gli accertamenti investigativi la società non avrebbe avuto la capacità di assumere. I cittadini stranieri avevano raccontato che a quel punto sarebbero stati costretti a versare 250 euro per l’alloggio e che sarebbero stati minacciati di essere allontanati qualora non avessero pagato. Anzi, la prospettiva sarebbe stata quella del rimpatrio. Così, in prossimità della scadenza del visto, sarebbe stato chiesto loro di pagare altri mille euro per ottenere le buste paga (che sarebbero state fittizie) indispensabili al rilascio del permesso. E così gli stranieri – in gravissime difficoltà, non ultime quelle della lingua – sarebbero stati costretti ad accettare di lavorare al nero per altre ditte, pur di tirar su qualche euro e pagare quanto veniva loro richiesto e soprattutto pur di scongiurare l’eventualità di diventare clandestini. Il sogno di cambiare vita si sarebbe scontrato con una realtà del tutto diversa.

Agende, prospetti contabili e appunti hanno costituito il materiale sul quale riscontrare le dichiarazioni dei migranti. Attraverso questi strumenti, carabinieri e guardia di finanza hanno ricostruito quella che hanno identificato come una “contabilità parallela”, contenente nomi, acconti e saldi, sia in euro sia in dirham. Nei supporti informatici dei due indagati sono stati trovati contratti di fornitura di manodopera per importi particolarmente elevati: una commessa da quasi 500mila euro stipulata da una società che sarebbe stata creata poco prima da Khayat. Contratti che sarebbero risultati falsi, perché le imprese cui si faceva riferimento sarebbero state ignare, se non con attività cessata o fallita o anche intestate a persone decedute da tempo. Una parte importante delle indagini è costituita anche dalle intercettazioni telefoniche, che hanno dato agli investigatori ulteriori riscontri.

Secondo l’ipotesi di indagine, il comportamento di Gangi e Khayat sarebbe aggravato dall’aver consentito l’ingresso illegale in Italia di cinque più persone e dal profitto che ne sarebbe stato ricavato. La misura cautelare è scattata per due motivi. Il primo è il rischio di inquinamento probatorio: i due indagati potrebbero influenzare le parole dei migranti e del resto in un paio di casi ciò sarebbe già avvenuto, quando due cittadini stranieri – accompagnati da Khayat a parlare con la polizia giudiziaria – avrebbero minimizzato la questione del pagamento delle somme e quella dei rapporti di lavoro. Marito e moglie, sempre secondo la magistratura, potrebbero continuare nel loro comportamento: le intercettazioni dimostrerebbero la loro convinzione di restare impuniti – spregiudicati e spavaldi – e anche la loro intenzione di procedere nelle attività che vengono ritenute illecite, dal momento che guardia di finanza e carabinieri hanno ottenuto il riscontro dell’inizio della preparazione di nuovi documenti in vista dell’apertura di nuove “finestre” di flussi. Il carcere, dunque, è l’unica misura ritenuta efficace dal gip, per impedire contatti e comunicazioni. I due indagati compariranno nei prossimi giorni davanti al giudice per l’interrogatorio di garanzia.


 

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