Toscana, matrimonio da incubo: auto rotta, nomi sbagliati e invitata incinta in ospedale – Coppia di sposi risarcita
I fatti risalgono al 2021 e vedono protagonista una coppia di australiani arrivati in Val d’Orcia per il loro giorno più atteso
MONTE AMIATA. Doveva essere il matrimonio dei sogni, al punto che dall’Australia avevano scelto di sposarsi in Val d’Orcia. È stato invece un incubo: la macchina degli sposi non partiva se non a spinta, i loro nomi erano sbagliati, la torta non bastava per gli invitati, c’era un solo bagno per 80 persone. Ma soprattutto, il matrimonio è finito prima perché una donna incinta è stata portata al pronto soccorso per una caduta in piscina, causata da un’intercapedine non segnalata.
La causa
Per queste ragioni la coppia di australiani, assistita dall’avvocato Andrea Festa del foro di Roma, nel 2021 ha fatto causa all’agenzia che ha organizzato il matrimonio, con sede in un paese dell’Amiata e che era assistita dagli avvocati Federico Balocchi e Irene Andolfi di Grosseto. Il motivo era la richiesta di risarcimento per danni patrimoniali e non patrimoniali, in virtù dell’inadempimento del contratto per i servizi di nozze, dal valore di 25 mila euro. La giudice Silvia Leone, al termine del contenzioso civile, ha riconosciuto un risarcimento di 15 mila euro, poiché pur con rilevanti criticità, il matrimonio c’era stato.
I fatti
I fatti risalgono a cinque anni fa. I futuri sposi avevano preso accordi con diverse mail, per arrivare alla lista contenente le locations del matrimonio e della cerimonia, catering, decorazioni, illuminazione, cartellonistica, bouquet e bomboniere. Nella lista era compreso anche il noleggio di un’auto, la cerimonia, il servizio video con drone e quello fotografico. Costo complessivo poco più di 25 mila euro, per un matrimonio che si sarebbe dovuto celebrare in Val d’Orcia, in una bellissima villa con piscina.
Il problema però arriva la mattina delle nozze: la macchina noleggiata non andava tanto che l’hanno dovuta far partire a spinta, motivo per cui doveva essere tenuta accesa durante la cerimonia (con tanto di rumori che si sentivano in chiesa). Il bouquet, la corona della sposa e in generale l’allestimento floreale non sarebbero stati fatti a opera d’arte o comunque secondo i desiderata degli sposi, per di più i fiori non sarebbero stati freschi. Sul libretto nuziale, in un passaggio il nome degli sposi era sbagliato. Arrivati al luogo della festa, c’era un solo addetto nella zona aperitivo, non c’erano bicchieri nella zona bevande. A metà serata il bagno era sporco e senza carta igienica; basti pensare che ce n’era solo uno, per un’ottantina di invitati.
Si arriva con qualche difficoltà alla torta, che sarebbe rimasta per tutto il tempo su un tavolo senza alcun allestimento. Non solo; era più piccola del previsto e per questo alcuni invitati non hanno potuto mangiarla. Dato che venivano dall’Australia, gli sposi si erano portati dietro dei biscotti tipici, così da distribuirli agli invitati: erano stati dimenticati nel salone di servizio. L’elenco delle cose contestate non finisce qui: al momento del ballo e delle danze non sono state fatte le foto, lo staff era sottodimensionato, non c’era modo di parlare con i responsabili.
La tragedia sfiorata
Ma a guastare il tutto è stato un altro episodio, praticamente una tragedia sfiorata. Un’amica degli sposi, incinta al sesto mese, è caduta in piscina per un’intercapedine non illuminata. Visto lo stato di gravidanza, è stata portata al pronto soccorso. Gli sposi, preoccupati, sono andati con lei. «L’evento che ha rovinato il matrimonio», dirà poi alla giudice uno dei partecipanti aggiungendo che pure altri erano caduti per colpa di quella intercapedine invisibile.
La giudice, al termine dell’istruttoria, ha ritenuto le domande di risarcimento fondate solo in parte, in quanto l’inadempienza era verificabile solo su alcune circostanze. Ad esempio i fiori, in base ai reperti fotografici risultavano in buono stato. Ma soprattutto, il matrimonio pur con rilevanti criticità è stato celebrato. Semmai andava ridotto il corrispettivo delle prestazioni, quantificando il danno patrimoniale in 15 mila euro e ritenendo infondata la domanda di risarcimento non patrimoniale. Per queste ragioni la sezione civile del tribunale di Grosseto ha condannato l’agenzia al risarcimento danni per 15 mila euro.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
.png?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=f8b912d)