Il Tirreno

Grosseto

Il caso

Molestie alla collega di 20 anni: «Mi piaci», poi i messaggini e la mano sul sedere. Confermato il licenziamento del manager

di Ivan Zambelli

	Il tribunale di Grosseto
Il tribunale di Grosseto

Per il tribunale «doveroso» lasciare a casa il 60enne: la vicenda, in provincia di Grosseto, risale all’estate scorsa

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COLLINE METALLIFERE. Prima i messaggini sul telefono, la buonanotte e i rimproveri per non averlo salutato. Poi gli apprezzamenti sul posto di lavoro alla giovane collega di 20 anni, lui che oltre ad essere il nuovo manager di anni ne aveva 60.

Messaggini e parole

Mi piaci”, le bisbigliò all’orecchio una sera, con una mano dietro la schiena. Lei rifiuta, ma non basta. E così la sera di Ferragosto, dopo un nuovo apprezzamento sul vestito, è arrivata la palpata al sedere. A quel punto la ragazza racconta tutto ai colleghi e i ai titolari.

Si viene così a sapere che quel nuovo manager aveva fatto simili approcci anche con altre tre lavoratrici, pur non arrivando mai alle molestie sessuali: messaggi, richieste di prendere un caffè o di andare a casa sua. E poi sempre quella mano appoggiata sulla schiena. I titolari della struttura ricettiva presero di petto la situazione, decidendo di licenziarlo per giusta causa.

Il 60enne tuttavia decise di impugnare la lettera e di fare ricorso al tribunale del lavoro di Grosseto, deciso a farsi reintegrare e sostenendo che quelle erano accuse infondate, chiedendo così gli stipendi arretrati. Ma il tribunale del lavoro di Grosseto con il giudice Giuseppe Grosso ha dato ragione all’azienda e condannato il manager 60enne a pagare le spese di giudizio.

La ricostruzione

La vicenda risale all’estate del 2025, in una struttura ricettiva delle Colline Metallifere. Secondo quanto emerso, quest’uomo era stato assunto a marzo come “hospitality manager”. Solo che alcuni suoi comportamenti avevano destato un certo disagio tra i colleghi, specie le donne. Tra queste una ragazza appena ventenne.

Con lui inizialmente si era instaurato un rapporto di simpatia, almeno professionale; qualche messaggio su WhatsApp, saluti e battute leggere. Ma con il passare delle settimane quell’atteggiamento diventava sempre più ambiguo. La ragazza si sentiva osservata durante il servizio, riceveva apprezzamenti fisici non richiesti. Addirittura, a luglio durante una foto di gruppo l’uomo l’avrebbe abbracciata da dietro e le si sarebbe appoggiato sul fondoschiena. Non serve specificare con quale parte del corpo. Lasciò correre.

A inizio agosto l’uomo le dice esplicitamente che era interessato a lei. La ragazza con diplomazia rifiuta, ma decide di raccontare ad alcuni colleghi e ai genitori, tra cui il padre che lavora nella stessa struttura. Giorni dopo specifica al manager che non le piaceva la situazione che si era creata. Ma questo non basta. Continua a sentirsi osservata, continuano gli atteggiamenti sgraditi.

La sera di Ferragosto

E si arriva così alla sera di Ferragosto. La ragazza stava per iniziare il servizio e lui le fa un apprezzamento sul vestito. Ma poco dopo, mentre lei rientra, lui arriva da dietro e le rimette la solita mano sulla schiena. Solo che questa volta la mano scende giù, fino a palpare il sedere. La ragazza a quel punto decide di raccontare tutto ai colleghi e ai titolari. Viene fuori che altre tre lavoratrici avrebbero subito simili atteggiamenti: messaggi, apprezzamenti, mani sulla schiena. La ragazza tra lo dice anche al padre, che affronta il manager. Nega tutto: era lei ad aver frainteso, stava solo scherzando.

Le motivazioni

Argomenti che non hanno convinto i titolari: dopo le richieste di spiegazioni hanno deciso di licenziare l’uomo per giusta causa. In ragione di questo la ragazza e la sua famiglia hanno preferito non sporgere denuncia per molestie sessuali. L’uomo però non ci sta. Si ritiene licenziamento ingiustamente e dalla sua dice, da un lato, di aver avuto fin dall’inizio rapporti difficili con lo staff e la dirigenza, quasi persecutori; ma dall’altro porta delle chat intercorse con la ragazza, spiegando che tra i due c’era solo un rapporto cordiale e amichevole.

Come per i titolari, anche il giudice non è rimasto convinto. Nelle motivazioni si sottolinea come gli episodi contestati si siano verificati in un contesto lavorativo particolare, con un uomo di circa sessant’anni che ricopriva un ruolo apicale rispetto a personale femminile molto più giovane. Una situazione che per il giudice rende ancora più gravi i comportamenti accertati in maniera «lineare» dalle varie testimonianze raccolte.

La sentenza evidenzia inoltre che il datore di lavoro ha il dovere di tutelare non solo l’integrità fisica ma anche la dignità morale dei dipendenti, richiamando le norme sulle molestie nei luoghi di lavoro. Per questo il licenziamento viene definito non solo legittimo ma addirittura «doveroso». L’ex dipendente è stato anche condannato a pagare le spese legali per circa 8.500 euro. 

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