Il Tirreno

Grosseto

In tribunale

«Maltrattava la figlia disabile»: 50enne condannato (a quattro anni)

di Pierluigi Sposato
(foto di repertorio)
(foto di repertorio)

Grosseto, è stato riconosciuto colpevole anche per quanto aveva fatto subire all’altra figlia: ora dovrà risarcire con 20mila euro la ex moglie, parte civile per le due ragazze

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GROSSETO. Un cattivo padre, non un padre maltrattante: questa era stata la conclusione del pm, che aveva sollecitato un’assoluzione per quanto avrebbe commesso ai danni delle figlie, una delle quali gravemente disabile; come del resto aveva fatto all’epoca della chiusura delle indagini, chiedendone l’archiviazione, poi respinta. Un cattivo padre, e anche maltrattante: questa invece la lettura del Tribunale, alla luce anche di quanto emerso in un precedente procedimento penale, terminato con la condanna per maltrattamenti ai danni della ex moglie.

Un filo conduttore unico, sfociato anche nella sentenza in una continuazione. Quattro anni per un cinquantenne che due anni fa era stato appunto già condannato, con sentenza definitiva: il collegio (Marco Mezzaluna presidente, Valerio Medaglia, Agnieszka Karpinska) ha ritenuto equa una pena di tre anni e sei mesi e vi ha aggiunto le responsabilità per il precedente procedimento. La sospensione della pena decisa allora è stata revocata. Oltre alle pene accessorie, è stato condannato a versare 20mila euro alla ex moglie parte civile per le figlie minori (avvocata Paola Conti).

Si stringe il cuore a ripercorrere le vicende che sono emerse nel corso del dibattimento. Perché l’uomo è stato riconosciuto colpevole di aver maltrattato le figlie adolescenti: in particolare quella più grande, la disabile. Come se avesse deliberatamente ignorato le condizioni fisiche e psichiche della ragazza, non accettandole. Rivolgendosi a lei come una «scema», rimproverandola («non capisci niente»), umiliandola («non sai contare»). Obbligandola a mangiare cibi non adatti alle sue condizioni . Togliendole giochi che avrebbero potuto aiutarla e costringendola invece a giocare con lui in passatempi non adatti. Schiaffeggiandola, anche. E quando il disagio si manifestava, lui avrebbe rincarato la dose. Atteggiamenti violenti e prevaricatori che si sarebbero riversati anche sull’altra figlia.

Era stata la querela della ex moglie a far partire anche questo secondo procedimento penale. Era stato disposto l’incidente probatorio, un’anticipazione del dibattimento, erano state sentite le ragazze. La più grande, affetta da una grave disabilità, era stata riconosciuta incapace di testimoniare. L’altra aveva manifestato quelle che la specialista chiamata ad assistere all’udienza aveva identificato come situazioni di conflittualità tra i genitori tali da poter influire sulla genuinità della deposizione. Il gip aveva disposto l’imputazione coatta e la celebrazione del processo, nel quale era stata sentita un’unica testimone, l’insegnante di sostegno della più grande. A conclusione del dibattimento, ritenendo che i due procedimenti penali a carico dell’uomo dovessero essere tenuti distinti, il pm Carmine Nuzzo aveva sollecitato l’assoluzione: generiche le accuse mosse dalla moglie; parenti e vicini di casa (sono stati acquisiti gli atti del precedente procedimento) non hanno saputo dare indicazioni precise; inattendibile la testimonianza della più piccola, comunque risentita, che potrebbe aver enfatizzato o travisato i fatti a causa dei condizionamenti, anche con le informazioni fornite dalla madre sull’iter del contenzioso con l’ex marito; questi sarebbe stato in ultima analisi solo un soggetto scarsamente collaborativo in ambito familiare e poco propenso a tenere in considerazione le esigenze delle ragazze, specie di quella disabile; alcuni messaggi Whatsapp avrebbero dato indicazioni contrastanti.

La testimonianza della ragazza più piccola è stata ritenuta però illuminante dai giudici: lei si sentiva in pericolo quando era con lui; veniva chiamata anche lei «idiota»; lui le aveva urlato dietro quando lei non aveva voluto mangiare ciò che lui le aveva preparato per cena; lui la picchiava al mattino, prima di andare a scuola, quando lei a causa dello stress vomitava; lui picchiava la sorella disabile quando lei cercava, senza riuscirci, di giocare a carte; lui si vergognava a uscire con quest’ultima, che veniva anche picchiata; lui, spesso in preda all’ira, aveva distrutto le suppellettili di casa e in un’occasione aveva gettato dal balcone la Xbox che non funzionava. Una vicina (sentita nel primo processo) ha confermato, perché aveva assistito a vari episodi, l’aggressività dell’uomo e che la situazione era migliorata quando l’uomo era stato allontanato da casa. Un parente, anche lui presente spesso, ha aggiunto che aveva sollecitato l’uomo a cessare gli atteggiamenti sbagliati. I nonni materni hanno spiegato che ogni volta che la famiglia si metteva a tavola l’ansia saliva, tanto che la madre la portava spesso al bagno a mangiare, di nascosto dal padre; c’erano stati degli schiaffi; e quando la figlia disabile non riusciva a giocare, lui in preda all’ira aveva fatto a pezzi il mazzo di carte. L’altra figlia - apparentemente preferita - sarebbe stata costretta comunque a giocare con lui all’Xbox o a guardare film horror e, se vomitava, lui la picchiava.

«Lui non ha mai accettato la disabilità di nostra figlia» aveva detto la ex moglie, manifestava un rifiuto delle sue condizioni, si disinteressava dei suoi problemi, anche negli spostamenti e nelle uscite, e la picchiava. E se obbligava l’altra figlia a giocare con lui anche a videogiochi di guerra era perché lui avrebbe desiderato un figlio maschio.

Secondo i giudici, è perfettamente comprensibile che la più piccola abbia maturato successivamente un astio nei confronti del padre, proprio a causa del contesto familiare negativo, al punto dal volerlo chiamare soltanto con il nome di battesimo. La non attendibilità ravvisata dal pm è stata ribaltata dal collegio. Quel clima tossico era fatto di prevaricazioni, in famiglia si respirava la paura. Ciò che era stato affermato nel primo procedimento definito anche in Appello (i maltrattamenti alla moglie) ha trovato conferma nel secondo. «L’ambiente familiare in cui sono state costrette a vivere le due bambine è stato costellato da condotte denigratorie, vessatorie, violenze verbali fisiche, con conseguente lesione del patrimonio morale e della sfera di integrità psico-fisica del soggetto passivo». Quanto di più lontano dalla serenità e dal senso di protezione che dovrebbero essere naturali all’interno della famiglia. Adesso il difensore, l’avvocata Silvia Lenzi, che aveva sollecitato un’assoluzione quanto meno perché il fatto non sussiste, potrà presentare appello. 

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