Mazzanti porta la schiacciata dell’Antico Vinaio nel cortile delle tele chic. Ma Palazzo Strozzi la vuole “educata”
Tavoli, niente asporto e cucina d’autore: il pop di via de’ Neri cambia abito. FdI e FI, intanto, vogliono vedere le carte della «lunga selezione»
FIRENZE. La schiacciata entra a Palazzo Strozzi, ma dovrà imparare a stare seduta. Guai a turbare questo spazio un po’ paludato, chic e perennemente irritabile di fronte alla burbanza del kitsch. È questo il piccolo paradosso dell’operazione con cui Tommaso Mazzanti porta “All’Antico Vinaio” nel cortile quattrocentesco del palazzo ormai trasformato in culla fiorentina dell’arte contemporanea: il marchio diventato mondiale grazie anche alle file in strada, ai panini presi al banco e mangiati camminando avrà qui tavoli, colazioni, pranzi e aperitivi. Clienti compìti e riguardosi.
La linea data a Mazzanti, infatti, è: keep calm, più che “bada come la fuma”, sfumala e stai a bada, figlio delle orde del Borg’unto. Sì perché le schiacciate resteranno, ma l’asporto non sarà il centro del nuovo locale; anzi, diciamo che dovranno essere una funzione più che un’attrazione. Della serie: turismo di massa vade retro, qui solo raffinati gustatori di gourmet e merde d’artista. La Fondazione Palazzo Strozzi ha confermato la scelta dopo quella che definisce «una lunga selezione». Mazzanti, spiega la nota, ha costruito un format «completamente nuovo e originale» pensato per il palazzo e per pubblici diversi: visitatori delle mostre, fiorentini, turisti internazionali.
Partenza prevista a fine settembre, con cucina toscana e italiana riletta in chiave contemporanea (sia mai) e attenzione dichiarata alle materie prime. C’è però ancora un passaggio da chiudere: il contratto non sarebbe stato ancora siglato e serviranno alcune settimane per arrivare alle firme. Ma la schiacciata, insomma, è stata infornata. Ed è proprio qui che la famosa focaccia fiorentina è diventata, nel giro di poche ore, materia da consiglio comunale.
Angela Sirello e Matteo Chelli di FdI e Alberto Locchi di FI annunciano un accesso agli atti. I tre precisano che il bersaglio è la procedura, non Mazzanti, il quale è considerato un imprenditore che ha portato un marchio fiorentino nel mondo. Vogliono sapere come si è arrivati a lui: procedura, criteri, condizioni dell’affidamento, eventuali concorrenti interpellati e proposte presentate. Tradotto: vorrebbero vedere cosa c’è dentro quella «lunga selezione».
La questione ha una cornice che rende l’affondo meno gastronomico di quanto sembri. Dall’ottobre 2024 Palazzo Strozzi è proprietà del Comune di Firenze, dopo il trasferimento dallo Stato attraverso il federalismo culturale. La Fondazione che ne anima l’attività espositiva è un soggetto pubblico-privato: tra i sostenitori istituzionali ci sono Comune, Regione, Città metropolitana e Camera di commercio. Il presidente è Luigi De Siervo, figlio del costituzionalista Ugo, e il direttore generale Arturo Galansino. È in questa cornice che il centrodestra infila il cuneo della trasparenza.
Tre anni fa quello stesso spazio aveva già cambiato pelle. Nel 2023 il rilancio dello Strozzi Bistrò aveva messo insieme il progetto di interni di Fabio Novembre e il menu dello chef Tommaso Arrigoni, con pici, fegatini, cocktail e una formula dalla colazione alla sera. Adesso si cambia Tommaso e soprattutto scala industriale. Mazzanti arriva da via de’ Neri con una rete che ha superato i cinquanta locali tra Italia ed estero e con un marchio costruito sullo street food trasformato in prodotto globale. È una macchina abituata a replicare un’identità riconoscibile in città e Paesi molto diversi.
Palazzo Strozzi gli chiede però il movimento contrario: prendere il marchio e adattarlo al palazzo. Il progetto prevede una dimensione di sosta e convivialità, con una proposta più ampia della schiacciata. A fine settembre, mentre nel palazzo aprirà anche «Broken. Il potere del frammento» – grande mostra su scultura e archeologia, roba da winckelmanniani contemporanei – il nuovo corso dovrebbe essere già apparecchiato nel cortile. Il nodo, dunque, non è sapere chi è Mazzanti, ma cosa vuole Strozzi. Insomma, non è che il grattachecchismo del Bistrò si sostituisce con la ruvida esperienza culinaria di un marchio pop in un attimo solo per provare a imbarcare un pubblico più vasto: no si vorrebbe che il self made man di via de’ Neri producesse schiacciate come se fossero risotto oro e zafferano. Insomma, si chiede a Tommy di farlo come se fosse Cracco. In bocca al lupo.
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