Firenze, morto a due giorni dalla nascita: Careggi condannata a risarcire i genitori
Conto di mezzo milione, non fu usato uno strumento per ascoltare i battiti del feto
FIRENZE. Morto a due giorni dalla nascita perché non venne usato uno strumento che avrebbe potuto distinguere il battito cardiaco della madre da quello del feto. Se i sanitari avessero utilizzato un cardiotocografo con doppio trasduttore avrebbero capito che il neonato era in grave sofferenza e in ipossia decidendo così di anticipare il parto con un cesareo salvandogli la vita.
Quella che il Tribunale di Firenze, sulla base di una perizia collegiale, ha ritenuto essere una grave negligenza di struttura, si è conclusa in primo grado con la condanna dell’Azienda ospedaliera di Careggi a risarcire i genitori del piccolo con oltre mezzo milione di euro. Con una cifra superiore riconosciuta alla mamma rispetto al papà «dovendosi ragionevolmente presumere una sofferenza più intensa per avere portato il figlio in grembo sino alla nascita» scrive il giudice onorario Stefania Salmoia.
La storia risale all’ottobre 2017. Il bimbo nasce il 18 in condizioni gravissime e spira due giorni dopo. I genitori chiedono i danni all’Aouc che respinge ogni contestazione di responsabilità. E allora inizia la causa in Tribunale.
La perizia è chiara sul punto in questione: i sanitari si trovarono nell’impossibilità di «intercettare la condizione di ipossia subacuta del feto» a causa «dell’assenza di un moderno cardiotocografo con dispositivo in grado di rilevare contemporaneamente le frequenze cardiache fetale e materna».
Per il collegio peritale lo strumento «per la sorveglianza intrapartum avrebbe consentito di evitare l’artefatto e di rilevare correttamente il battito fetale, con la conseguenza che con elevata probabilità sarebbe stata posta diagnosi di ipossia neonatale con possibilità di effettuare tempestivamente il cesareo».
Le linee guida raccomandavano all’epoca la dotazione dell’apparecchio capace di approfondire le condizioni cardiache di mamma e feto. È un inadempimento che il Tribunale contesta alla struttura ospedaliera che «ben avrebbe potuto dotarsi di un macchinario adeguato all’uopo, ovvero un Ctg con doppio trasduttore, seguendo un calcolo appropriato di raffronto tra costi e benefici, non meramente economico, ma fondato sulla considerazione che il rischio di artefatti e delle relative conseguenze, come quelle verificatesi, è un costo operativo maggiore rispetto a quello meramente economico, rappresentato dal prezzo dello strumento più adeguato e progredito tecnologicamente, la cui dotazione era raccomodata dalle linee guida indicate dai periti».
Al contrario l’Azienda l’ospedaliera si è mossa senza aderire alle indicazioni delle linee guida sull’evento, «non dimostrando di essere impossibilitata a farlo, né adducendo alcuna ragione giustificativa ma limitandosi a segnalare la non obbligatorietà della dotazione in questione, in base alle stesse linee guida citate, laddove, invece, la diligenza qualificata impone alla struttura di adeguare i propri standard tecnologici alle migliori evidenze scientifiche disponibili al momento della prestazione».
Dire che non era obbligatoria la dotazione del cardiotocografo non solleva l’Aouc dalla responsabilità del decesso del neonato. Avere quel macchinario avrebbe dovuto essere la «condotta normalmente esigibile dalla struttura ospedaliera, che quindi ha il dovere organizzativo di valutarla e, progressivamente, di adottarla, considerato anche che la convenuta è un’azienda ospedaliera universitaria di dimensioni medio grandi e costituisce punto di riferimento nel panorama sanitario non solo nazionale». Non solo. Al momento della tragedia, siamo nel 2017, è emerso che «il personale non fosse adeguatamente formato al fine di riconoscere gli artefatti che eventualmente si potessero presentare, né che l'ospedale disponesse di protocolli interni alternativi per sopperire alla mancanza del doppio trasduttore (ad esempio, il monitoraggio manuale del polso materno in continuo)».
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