Pergola, Giuli cambia linea e Funaro ritira il ricorso al Tar
Il ministro finanzia la scuola di Massini. Dopo mesi di tensioni, il contributo da 200mila euro riapre il confronto tra governo e Firenze sul declassamento
FIRENZE. Dopo settimane di fendenti, ora arrivano carezze. Dopo il declassamento che aveva fatto tremare la Pergola, il ministro Alessandro Giuli cambia registro e apre ad una fase di distensione. Firenze incassa, ringrazia e fa un passo indietro: la Fondazione Teatro della Toscana ritira il ricorso al Tar. Non è un armistizio, ma una tregua operativa, con i tavoli che tornano a parlare e le carte che smettono di litigare. Una quasi pace.
Il punto di svolta
Il punto di svolta è un contributo da 200mila euro deciso dal ministero della Cultura per la Scuola popolare di drammaturgia ideata da Stefano Massini, il direttore artistico che era stato prima criticato e poi elogiato da Giuli. Un segnale politico. «Il ministero vuole accompagnare un progetto che investe sul futuro del teatro italiano», dice Giuli. E poi, il ministro-dandy che si fa vedere in giro con doppiopetto e stivali e in guisa militaresca, aggiunge la frase che vale più del finanziamento: «Firenze è uno spazio centrale della vita teatrale nazionale». Tradotto: la porta non è chiusa, e il rapporto con la città si ricuce.
La sindaca
A Palazzo Vecchio leggono il gesto come un cambio di fase. «È un riconoscimento importante, si apre una nuova stagione di collaborazione», sintetizza la sindaca Sara Funaro, che fino a oggi guidava la battaglia legale. La linea cambia. Il ricorso, presentato dopo il taglio e la retrocessione, viene ritirato «per non alimentare un clima di incertezza» e per non trascinare il sistema teatrale in un Vietnam di carte bollate. È una scelta condivisa dai soci della Fondazione. Una mossa politica, prima che giuridica. Un gesto di mediazione. A Palazzo Vecchio in fondo sono convinti che il Tar avrebbe bocciato il ministero, costringendolo a rifare la valutazione, ma poi sarebbe iniziato il secondo round di fronte alla commissione giudicante a Roma, da dove nel frattempo si sono dimessi tutti i membri in quota all’opposizione e il rischio di un nuova bocciatura sarebbe stato concreto.
Meglio fare un passo indietro per provare a farne due in avanti nel 2028, quando la Pergola sarà sottoposta a nuovo giudizio e - chissà - a Roma le cose saranno cambiate, magari perfino con un governo “amico”.
Sul palco resta Massini, che trasforma la scuola in un progetto di sistema. «Vogliamo costruire un centro nazionale di drammaturgia aperto a tutti», dice. Non un’accademia chiusa, ma una piattaforma diffusa, capace di coinvolgere pubblico, studenti, fragilità sociali. Un’idea che prova a spostare il baricentro della Pergola dalla crisi alla proposta.
Sottotraccia la trattativa continua. Il declassamento pesa ancora. I finanziamenti persi pure. La cifra, attorno ai 380mila euro, è il nodo vero, e quei 200mila in parte la compensa. La scuola non è la soluzione, ma un segnale sì. Per questo la tregua ha i contorni di un passaggio intermedio, utile a riaprire canali diretti. Giuli smette i panni del corsaro e indossa quelli del mediatore, sebbene pochi giorni fa si sia presentato a New York con doppiopetto nero di pelle e bavero alzato, un po’ in stile Gotham city, un po’ generale della Luftwaffe. Funaro archivia il contenzioso e riapre il dialogo. Massini rilancia. Nessuno chiude la partita. La Pergola resta sospesa tra ciò che era e ciò che può tornare a essere.
