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Urbanistica a Firenze, pure la vecchia “ditta” si schiera: “Fermate i progetti, serve una variante al piano operativo per salvare la città”

di Mario Neri

	Da sinistra in alto, in senso orario: Daniela Lastri, Andrea Barducci, Sara Nocentini, Sergio Paderi, Amos Cecchi
Da sinistra in alto, in senso orario: Daniela Lastri, Andrea Barducci, Sara Nocentini, Sergio Paderi, Amos Cecchi

Lettera al Comune, fra i firmatari tanti ex amministratori di sinistra della filiera Pds-Ds-Pd vicini al pensiero di Schlein. Non ci sono solo più nobili e movimentisti fra i critici, adesso anche un’area politica vicina alla segretaria del Pd lancia l’allarme

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FIRENZE Prima i nobili, poi i comitati, adesso perfino gli ex amministratori. A Palazzo Vecchio, sul tavolo dell’urbanistica, continuano ad arrivare lettere. L’ultima è un documento lungo, articolato, e soprattutto firmato da nomi che nella sinistra fiorentina contano ancora: l’ex presidente della Provincia Andrea Barducci, le ex assessore Daniela Lastri e Sara Nocentini, urbanisti, tecnici, attivisti. Pure mezza giunta Primicerio: Amos Cecchi, Sergio Paderi, Marco Geddes. Una compagnia che, per genealogia politica, assomiglia o è parte della classe dirigente che un tempo governava la città.

Il testo si intitola senza giri di parole "Invertire la rotta!" e chiede una moratoria temporanea sulle trasformazioni più controverse (ex sede Enel sul lungarno, l’ex edificio Fs in viale Lavagnini, l’ex caserma Redi e pure l’ex Ogr), una variante di salvaguardia del Piano operativo e un piano casa pubblico e sociale. Non uno stop generale, precisano i firmatari, ma una pausa selettiva per evitare «perdita di funzioni pubbliche, espulsione di residenti o trasformazioni irreversibili del patrimonio storico e ambientale».

Il documento nasce, spiegano gli estensori, dopo le polemiche sul Cubo nero e su altri interventi come San Gallo e Calza, in un clima in cui «l’identità e la vivibilità della città sono rese critiche ed alterate da processi trasformativi estranei alla logica della pianificazione pubblica». E ancora: anche quando le procedure sono formalmente corrette, scrivono, possono produrre scelte «errate e dannose per la città». Non è solo urbanistica, insomma. È politica allo stato puro, e anche un po’ regolamento di conti interno alla sinistra. Perché quando a chiedere di fermarsi sono figure che per anni hanno amministrato Firenze, il messaggio non è soltanto tecnico. È anche generazionale, culturale, perfino identitario.

Tra i firmatari, oltre agli allarmati permanenti della sinistra civica e movimentista, come Massimo Torelli, e agli urbanisti che da settimane animano il dibattito, compaiono esponenti che a Palazzo Vecchio vengono letti come parte della vecchia filiera corta Pds-Ds-Pd, oggi più o meno allineata allo schleinismo sul piano delle idee (alcune). E il messaggio è chiaro: almeno dallo schleinismo al governo della città qualcuno di quei firmatari si aspetterebbe una sponda politica, o un ascolto privilegiato.

Ma nelle stanze della giunta, assicurano, la linea è un’altra: distanza netta. «Non è roba nostra», è la frase che circola tra le truppe di Elly Schlein, intenzionate a fare quadrato intorno alla sindaca. E anzi, proprio per marcare il punto, nella difesa delle scelte urbanistiche viene spesso mandato in prima linea Dario Danti, assessore al patrimonio e segretario regionale di Sinistra Italiana, cioè il pezzo più rosso del campo largo. Un modo, neanche troppo sottile, per dire che la coalizione regge e che le critiche arrivano solo da un pezzo di passato che bussa alla porta.

Del resto la tensione si è accumulata nelle ultime settimane, tra petizioni, convegni e prese di posizione sempre più accese. La sindaca Sara Funaro ha scelto una linea quasi narrativa, archetipica: respingere le richieste di moratoria e ribaltare il terreno dello scontro. Ai nobili che contestavano le scelte urbanistiche ha risposto invitandoli a discutere non fra stucchi e affreschi ma in via Baracca, ricordando che «non esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B».

Una postura che, per tono e immaginario, ha qualcosa delle campagne urban dei socialdem americani: la politica che si legittima parlando delle periferie e degli ultimi. Nel frattempo, però, le critiche continuano ad arrivare, e sempre più trasversali. A Palazzo Vecchio l’assessore Danti, il pisano che sotto la Torre un tempo "okkupava", ha reagito con irritazione alle accuse di favorire interessi privati: «Affermare che la giunta fa gli interessi dei gruppi commerciali è inaccettabile», ha detto, rivendicando investimenti su edilizia pubblica, verde e servizi e accusando i critici di esprimere «giudizi sommari».

Anche il centrodestra è entrato a gamba tesa: la sindaca avrebbe «scavato un fossato anche con le antiche famiglie fiorentine». Ironie sulla promessa di una città inclusiva: «Con chi?», chiedono i consiglieri, lasciando intendere che ormai chiunque dissenta finisca nel mirino. In questo gioco di accuse incrociate, il documento del Laboratorio per la Città aggiunge un tassello nuovo e forse più insidioso, perché arriva da un’area culturale contigua a quella che governa.

Non slogan, ma pagine fitte di proposte: tutela del patrimonio pubblico come «infrastruttura strategica», partecipazione, e soprattutto una moratoria di otto-dieci mesi per ripensare le scelte più controverse. È difficile dire se l’appello produrrà effetti concreti. La giunta, almeno per ora, è disponibile a piccoli correttivi. Niente più. Ma il segnale politico è già evidente: il fronte dei critici si allarga, e non è più confinato ai comitati o ai nostalgici della Firenze immobile.

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